Alfredo Liotta aveva quarantuno anni quando morì di anoressia nel carcere di Siracusa, il 26 luglio di un anno fa. Nel giro di sei mesi perse quaranta chili. La cartella clinica certificò: «Sindrome anoressica».

Chissà se questo cognome era presente nella lista del nostro tanto sensibile Ministro, Anna Maria Cancellieri; e chissà se ai parenti dei detenuti delle 206 carceri italiane dove la metà dei carcerati italiani è affetta da epatite, il 30% è tossicodipendente, il 10% soffre di patologie psichiche, il 5% affetto da Hiv, il nostro guardasigilli ha telefonato per comunicare ““qualsiasi cosa io possa fare contate su di me”.

Al ministero di Giustizia certi eventi sono definiti «eventi critici», a meno che non abbiano un cognome importante perché allora si chiamano “eventi umanitari”.


Bologna 22 Ottobre 2012, Corriere.it “La Finanza in Regione. I 9 capigruppo indagati: peculato Sono i nove capigruppo di Pd, Pdl, Lega Nord, Idv, Movimento 5 stelle, Misto, Fds, Sel-Verdi e Udc, cioè coloro che hanno gestito i budget e firmato i rendiconto delle spese sostenute dai consiglieri nella legislatura in corso, rimborsi che la Procura ritiene illeciti.”

Fa clamore che sia coinvolto il M5S ma nessuno si stupisce che l’Italia dei Valori sia ancora puntualmente presente al triste appello. Ma ormai questa è purtroppo la considerazione che riscuote la cultura legalitaria dell’Italia dei Valori!

Quando Antonio di Pietro scese in politica scelse nella sua genuinità di prestarsi alle prevedibili polemiche solo per portare nelle istituzioni la sua cultura “moralizzatrice” e quanti epiteti sono stati rivolti nel corso degli anni ad un partito che aveva fatto della giustizia la sua identità. Non ha mai temuto di essere poco funzionale al potere per lo spregio del giudizio di populismo perché certe proposte raggiungevano comunque il miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate. Allo stesso modo non gli è importato di essere poco chic per il coraggio dei suoi congiuntivi che coniugavano comunque bene ogni paradigma del sistema.

A quando la lotta alle “evasioni d’oro”?

Recentemente ho presentato in questo sito una serie di riflessioni sulle cosiddette “pensioni d’oro” (come tagliare le pensioni d’oro e molto di più, recuperando almeno 12 miliardi di euro all’anno! http://www.antonioborghesi.it/index.php?option=com_content&task=view&id=619&Itemid=1 ).

La mia considerazione partiva dal fatto che “la gran massa di coloro che hanno fruito del sistema retributivo percepisca oggi vitalizi che hanno ricevuto dal sistema di sicurezza sociale nazionale somme di gran lunga superiori e del tutto incongrue rispetto al monte di contributi versati. Per cui suggerivo in quella sede la possibilità che sulla differenza tra il monte contributi versati e ciò che viene realmente erogato di pensione si istituisse un contributo di solidarietà annuale del 10%. Un principio del genere sarebbe stato inattaccabile dalla Corte Costituzionale e con un calcolo prudenziale avrebbe reso non meno di 12 miliardi di euro all’anno.

Ora sembra quasi che le pensioni siano diventate l’oggetto d’interesse di tutte le parti politiche. Quasi che i problemi del Paese devano essere risolti dai pensionati e coloro che percepiscono una pensione di 3.000 euro al mese siano diventati improvvisamente “nababbi” ai quali far pagare il costo della crisi economica.

Oggi abbiamo aperto i giornali e abbiamo appreso che la nostra compagnia aerea di bandiera è di nuovo salva, che il Governo esulta! Alitalia ce l’ha fatta di nuovo! Ma in attesa che capiamo tutti cosa in realtà si sia consumato, sarà bene che ricordiamo cosa l'esperienza ci insegna ad aspettarci, quale sia la morale della favola...

C’era una volta... una compagnia aerea, orgoglio del boom economico italiano, con piloti che il mondo ci invidiava e hostess che cullavano i sogni del maschio viaggiatore. Presto però quei bei sogni si trasformarono in incubi per gli italiani di ogni genere, quando la compagnia di bandiera denunciò un debito enorme, frutto di una gestione palesemente condizionata dalla politica, di costi che superavano abbondantemente i ricavi, e di un numero di dipendenti esorbitanti. Miliardi di euro di debiti.

Ricordate Air France? Due milioni per i debiti della compagnia italiana e due miliardi per la povera Alitalia: «(...) siamo pronti a spendere due miliardi di euro: perché siamo convinti che entro il 2010-2011 avrà una redditività pari a quella delle migliori compagnie europee».

Ahimè correva però il 2008, ed un Cavaliere, servante le libertà, in odore di elezioni pensò bene di ispirarsi all’orgoglio patriota per la propria campagna elettorale: e a lui riconoscenti così milioni di italiani, applaudirono la "cordata" di 16 imprenditori italioti.

CAI sarà il suo nome, e spiccherà il volo con Alitalia e tante belle agevolazioni, lasciando a terra un bel fardello di debiti, che il popolo dovette caricarsi come prezzo del ritrovato orgoglio.

Per i nostri salvatori non valse alcuna regola sulla concorrenza e, complici varie authority, si riservò loro pure un angolo di cielo (Linate- Fiumicino), ed un ponte di vil denaro (solo 300 milioni…) che avrebbero dovuto restituire ma che non è ancora avvenuta (mentre invece gli ottomila dipendenti in mobilità e cassa integrazione a carico dello stato, sì).

Ma chi furono questi capitani coraggiosi? In molti erano accumunati da un filo rosso della vicenda Telecom, condannati in più di un caso per vicende di tangenti e corruzione. Quasi sempre hanno fatto i loro affari a debito, cioè grazie a prestiti delle banche, in particolare capita ricorrente Banca Intesa, con una naturale esigenza di recuperare i suoi crediti.