Calenda Come ha scritto Paolo Baroni sulla Stampa “La Germania è partita per prima nel 2011 lanciando «Industrie 4.0». Poi, dalla Francia al Regno Unito, dagli Usa a Cina e India, tutti i Paesi più importanti si sono mossi per agganciare il treno della quarta rivoluzione industriale, quella digitale, delle stampanti 3D, dei big data e dell’«Internet delle cose». Adesso, finalmente, arriva anche l’Italia. Il «Piano» del governo sarà presentato entro i primi di agosto, ha annunciato ieri il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda.

Fin qui l’incipit. Ma è proprio vero che l’Italia sarà in grado di raggiungere gli altri Paesi in questa corsa al digitale che porta innovazione, produttività e posti di lavoro ad alto valore aggiunto? Non vi è chi non veda che presupposto per arrivare a risultati del genere sia una vastissima diffusione dell’uso di internet e delle nuove teconologia ed una Pubblica Amministrazione in grado di rispondere in tempo reale all’industria.

 

Ma che cosa è in sintesi questa Industria 4.0.

Politicamente, l’obiettivo di base mira a: (a) riconquistare posti di lavoro recuperando la produzione manufatturiera da paesi a bassi salari; (b) reindustrializzare regioni del 1° e 2° Mondo che si sono nel tempo indebolite.

Economicamente, obiettivo principale è lo sviluppo di nuovi modelli di business per sfruttare il vantaggio atteso dall’ottimizzazione di produzione e logistica originato dall’ automazione industriale, dall’uso di sistemi intelligenti, dalla capacità di ottenere risposte automatiche ed in tempo reale.

La Germania, prima, è partita con 400 milioni di euro di investimento appunto con il progetto "Industrie 4.0" (2011)
o “Strategia High-Tech 2020”, Action Plan del Governo Federale Tedesco

pianificato al 2030
,  previsti a fine 2016 i primi modelli dimostratori (test-bed) con esempi di applicazioni.

La realizzazione di Industria 4.0 passa attraverso, ad esempio, la fabbrica resiliente
, la  produzione Just-in-time,  l’accesso al mercato dei dati tecnologici, la gestione intelligente, cioè predittiva, della manutenzione, 
la produzione in rete, con tutte le impostazioni sono automatizzate, una logistica adattativa auto-organizzata, l’integrazione del cliente, la sostenibilità mediante riuso creativo (up-cycling),  insomma una “architettura di fabbrica intelligente”.

Fin qui l’incipit. Ma è proprio vero che l’Italia sarà in grado di raggiungere gli altri Paesi in questa corsa al digitale che porta innovazione, produttività e posti di lavoro ad alto valore aggiunto? Non vi è chi non veda che presupposto per arrivare a risultati del genere sia una vastissima diffusione dell’uso di internet e delle nuove teconologia ed una Pubblica Amministrazione in grado di rispondere in tempo reale all’industria.

Noi ci permettiamo di esprimere forti perplessità poiché vi è una premessa che manca in Italia e di cui si parla troppo poco. In quei Paesi che sono diventati un punto di riferimento la Pubblica Amministrazione è quasi competamente digitalizzata in tutti i suoi rapporti con i cittadini e le imprese. Bene o male le imprese hanno bisogno di una Pubblica Amministrazione all’altezza, senza di che essa diventa una palla al piede che frena solamente le possibilità di sviluppo.

Ed allora andiamo a vedere come vanno realmente le cose!

Secondo il  rapporto di Confartigianato dal titolo «Dna - Digital Network Artigiano», sono pochi e insoddisfatti gli italiani che usano la Rete per dialogare con la pubblica amministrazione: soltanto il 36% della popolazione utilizza Internet per interagire con lo Stato, una percentuale che ci vede al terzultimo posto nella graduatoria dei 28 Paesi Ue dove la media di utilizzatori di Internet per i rapporti con la Pa è del 59%. Peggio di noi fanno la Bulgaria (36%) e la Romania (17%). Secondo il rapporto i ritardi dell’e-gov non contribuiscono a migliorare la situazione delle imprese italiane che pagano a caro prezzo le complicazioni della burocrazia italiana: 30.980 milioni l’anno. Inoltre appena il 18% degli italiani ha usato la modalità on line per ridurre il tempo in coda agli uffici pubblici. L’Europa ci batte con una media del 33% e peggio di noi fanno la Repubblica Ceca (14%), la Bulgaria (13%), la Romania (6%). Tra gli italiani che svolgono pratiche on line, prevale l’insoddisfazione per la qualità del servizio offerto dalla Pa - prosegue lo studio - il 31% di coloro che ha utilizzato Internet per interagire con gli uffici pubblici si dice deluso per 4 motivi: difficoltà di trovare le informazioni, scarsa utilità delle informazioni stesse, difficoltà a comprendere lo stato di avanzamento della pratica, difficoltà nell’utilizzo dei servizi disponibili sul sito web.

Secondo l’OCSE (E-governement at glance) nel 2014 solo il 20% degli italiani ha usato il web per chiedere informazioni online e solo l’11% per inviare moduli compilati. E siamo penultimi, con l’8,9%, nella classifica che misura l’uso del web da parte degli utenti per comunicare con la PA: dietro all’Italia c’è solo il Cile.

Se a ciò aggiungiamo che «In Italia sono state censite appena 40mila imprese che vendono online, contro le 800mila a livello europeo di cui 200mila solo in Francia: 5 volte le nostre. In questo modo le aziende italiane non solo perdono quote di mercato sugli acquirenti italiani, ma rischiano di perdere fatturati anche da clienti esteri. L’e-commerce non è infatti solo tecnologia: è appropriazione di strumenti utili per competere ed è parte della business e digital transformation. E l’Italia è in ritardo nella trasformazione digitale, con un fatturato generato dall’e-commerce del 5% contro la media europea del 13%».

Secondo il Digital economy and society index (Desi) della Commissione Europea, l'Italia, con un punteggio complessivo pari a 0,4, è al 25° posto nella classifica dei 28 Stati membri dell'UE. Nel rapporto della Commissione si legge che nell'ultimo anno l’Italia ha fatto pochi progressi in relazione alla maggior parte degli indicatori.

L'assenza di competenze digitali di base è, secondo il rapporto, la ragione principale del basso tasso di adozione della banda larga fissa. In effetti, il 37% della popolazione non usa internet regolarmente e il restante 63% svolge poche attività complesse online.

Cosa bisognerebbe fare allora:

  • Sviluppare la cultura digitale presso le aziende, in termini di competenze, processi, asset e mindset aziendale.
  • Armonizzare la regolamentazione in materia di e-commerce rispetto agli altri paesi europei
  • Sviluppare le infrastrutture, in primis della banda larga e ultra larga.
  • Diffondere fiducia e competenze digitali presso i consumatori.

Anche secondo il Censis sono evidenti i I ritardi nella transizione digitale della Pubblica Amministrazione.  Secondo tale rapporto in Italia il numero di utenti di internet che interagiscono via web con gli uffici pubblici attraverso la restituzione di moduli compilati online è ancora insoddisfacente (solo il 18%), sia nel confronto con la media dell’Ue (che si attesta al 33%), sia perché è cresciuto di appena un punto percentuale rispetto all’anno precedente.

Anche se si considera l’intero ventaglio dei portali internet delle amministrazioni pubbliche, il rapporto del Censis evidenzia che il nostro Paese dimostra comunque un ritardo nel panorama europeo: ha avuto contatti con la Pa il 36% degli internauti italiani, una percentuale inferiore di almeno 20 punti rispetto ai francesi (74%), ai tedeschi (60%) e agli inglesi (56%).

Come si vede perché il sogno di Calenda diventi realtà c’è ancora bisogno di eliminare i ritardi della  Pubblica Amministrazione . Invece di tanti programmi sarebbe bene che il Governo si preoccupasse di superare rapidamente il divario.

Altrimenti altro che Industria 4.0!

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