La crisi della Fondazione Arena di Verona, oggi conclamata, non ha origine da fatti recenti ma da una serie di eventi sviluppatisi nell'arco di un decennio, includendo errori evidenti da parte di coloro che ne hanno retto le sorti, dalla sovraintendenza al consiglio d'indirizzo ed alla linea manageriale.

Solo se si considerano tutte le concause lontane e recenti sarà, forse, possibile farne emergere le responsabilità ed individuare nel contempo possibili linee d'intervento per risanare la situazione. Che non potrà tuttavia che essere di lacrime e sangue per tutti: città in primis, indotto, e non ultimi i lavoratori dell'ente.

Una premessa necessaria è tuttavia che le mie riflessioni nascono da notizie di stampa, dalle dichiarazioni degli interessati (dal sindaco al sovraintendente, dalle opposizioni in consiglio comunale ai rappresentanti dei lavoratori, ecc.) e naturalmente dai bilanci pubblici e dai piani industriali: accettando per buoni i numeri espressi.

Prima considerazione: far discendere la crisi dall'andamento del 2014 e dalla perdita registrata in quell'anno di 6 milioni di euro vuol dire non conoscere la storia della fondazione. Vuol dire far finta di non sapere che la gestione caratteristica della Fondazione non genera utile operativo (in termini semplici ricavi meno costi al netto degli oneri finanziari) da svariati anni  e cioè dal 2012(da allora il suo indicatore tecnicamente definito Ebitda è negativo). Senza dimenticare che anche nel 2007 era praticamente vicino allo zero. Un management con visione avrebbe già dovuto porre in essere azioni per risolvere una tale situazione!

Seconda considerazione: far discendere la crisi dal fatto che i contributi dello Stato sono scesi in pochi anni (dal 2011) di 5 milioni di euro vuol dire che il management negli ultimi anni è stato privo di visione. Immaginare che un Paese con il nostro debito pubblico e con l'aggiunta della più grave crisi economica del dopoguerra, avrebbe potuto continuare all'infinito ad erogare il medesimo contributo del passato era pura sottovalutazione dei problemi. Quel management avrebbe dovuto saperlo e fare qualche cosa per risolvere il problema. Che anche gli altri contributi pubblici (Regione e Provincia) si sarebbero ridotti per i motivi di cui sopra era altrettanto prevedibile (2 milioni in meno nel caso specifico).

Terza considerazione. Nell'arco degli ultimi anni la Fondazione ha posto in essere operazioni di finanza creativa per rendere presentabile il bilancio. Ad esempio nel 2012 la costituzione di Amo, la fondazione del museo dell'opera che ad oggi non ha avuto alcun ricavo ma ogni anno ha generato un costo di circa 1 milione di euro. Inoltre viene costituita la Arena Extra, società a responsabilità limitata al 100% di proprietà della Fondazione, che dovrebbe organizzare attività concertistica non lirica in Arena.  Ad essa, priva dei capitali necessari, e al momento priva di qualunque entrata, la Fondazione Arena ha ceduto bozzetti e figurini per oltre 12 milioni di euro creando così una plusvalenza di pari importo nel proprio bilancio controbilanciando perdite accumulate. Ma non ha ovviamente incassato un centesimo: è solo un credito (al momento inesigibile) iscritto a bilancio. E comunque il deficit di questa società ricade sul deficit della Fondazione Arena. Solo un management privo di visione poteva effettuare operazioni per la continuità di un'azienda sostanzialmente decotta anziché ad esempio chiedere di accedere alla Legge Bray, che avrebbe permesso dopo l'approvazione di un piano industriale per il ritorno alla normalità ristrutturando il debito esistente. Sarebbe certamente equivalso ad una ammissione di colpa e di fallimento, una responsabilità che il sindaco non ha inteso assumere.

E, in ogni caso, avrebbe comportato il commissariamento della fondazione con conseguente rischio che emergessero ulteriori responsabilità, ancor più' imbarazzanti.

Quarta considerazione. La trasformazione in fondazione avrebbe dovuto dar luogo ad una attività di "fundraising" proprio in previsione del futuro andamento incerto dei contributi pubblici. Ma non risulta che nulla sia stato fatto in merito. Gli unici contributi sono quelli delle Fondazioni della banche cittadine (Cassa Risparmio e Banco Popolare), della Cattolica Assicurazioni, e più recentemente delle aziende partecipate del Comune (come Agsm). Ma solo un management senza visione poteva accontentarsi di contribuzioni in qualche modo coercitive e non fatte per scelta, come quelle delle istituzioni cittadine o ancora peggio delle aziende partecipate, i cui soldi sono dei cittadini veronesi.

Quinta considerazione. Può darsi che il fenomeno sia andato scemando nel tempo ma, per molti anni, è notorio come la gestione delle assunzioni, anche del personale artistico, sia stata una gestione politico-sindacale che ha fatto enormi danni. Non voglio dire che sia stato così per tutti gli assunti: sono certo che in molti casi, specie per gli orchestrali, siano state scelte persone che lo meritavano in pieno! Ma anche questo fatto ha non poco inciso sulla produttività aziendale.

 

Mi sono chiesto, con i pochi dati a mia disposizione e neppure certi, che cosa avrei fatto o meglio che cosa avrebbe potuto fare un management dotato di adeguata visione dei problemi.

Solo guardando a quelle quattro considerazioni alcune cose potevano essere fatte. Ad esempio di fronte ad un andamento così negativo per molti anni anziché prendersela con i mancati contributi dello stato o con il tempo atmosferico, bisognava aver la consapevolezza che un'azienda come la fondazione, con costi fissi così elevati, che vedeva via via  diminuire il numero di spettatori per recita non poteva essere in grado di sostenere una stagione di due mesi e sessanta recite (più o meno). Ed avrebbe dovuto presentarsi alla città dicendo: dobbiamo concentrare la nostra attività su un mese (esempio 15 luglio-15 agosto) limitandosi ad una trentina di recite. Certo con tutto l'impatto negativo ben immaginabile sul commercio, sulla ristorazione ed in generale sul turismo. Ma forse una tale minaccia avrebbe fatto capire ad un'imprenditoria dove  l'avarizia viene considerata merito che non poteva fare solo speculazione a proprio vantaggio, ma doveva anche mettere mano al portafoglio.

Ed anziché fingere contributi pubblici o istituzionali infiniti capire che doveva lanciare un grande programma per vendere l'immagine della stagione lirica nel mondo, andando alla ricerca di mecenati e uomini d'affari desiderosi di accostare se stessi o i loro businness alla tradizione areniana.

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