Roland Berger è una società di consulenza internazionale che opera in 36 Paesi. Per intendersi, una di quelle società alle quali si rivolgono gli investitori stranieri quando, ad esempio, vogliono farsi assistere nei loro investimenti industriali. Ebbene, recentemente, la società ha presentato uno studio dedicato all’Italia dal titolo benaugurante: How to create more than 900.000 jobs in the industry by 2020 (Come creare più di 900.000 posti di lavoro nell’industria entro il 2020).

Vorrei qui sintetizzare brevemente l’analisi della situazione italiana, così come la vede Roland Berger, e la proposta che viene avanzata per ottenere un risultato tanto agognato dal nostro Paese.

Dati di base:

1. L’Italia ha perso l’1,4% del suo PIL tra il 2007 e il 2012 (ad oggi di più)

2. Il tasso di disoccupazione è salito dal 6,1% al 10,6% (ad oggi di più)

3. La quota di valore aggiunto prodotto dall’industria è calata dal 23% del 2000 al 19% del 2010 [in Germania è passata dal 25% al 26%, in Spagna dal 21% al 17%, nel Regno Unito dal 21% al 15%, in Francia dal 18% al 13%]

4. Ciò nonostante l’Italia resta il 2° paese industriale in Europa ed il 6° nel mondo

5. L’Italia è anche il 5° maggior esportatore nel mondo (dopo Cina, USA, Germania, Giappone e prima della Francia), ed il 2° nei comparti del tessile e del cuoio (calzature)

6. Le esportazioni del settore industriale sono dunque fattore primario di crescita (considerato che i consumi sono calanti)

7. Un largo settore manifatturiero appare importante poiché rafforza l’innovazione e la ricerca e sviluppo, crea tutta una serie di servizi per l’industria, i maggiori investimenti diretti esteri sono legati alle attività manifatturiere, sviluppa competenze e posti di lavoro qualificati.

Scenari

Sono fondamentalmente due:

1. inerziale”, che porterebbe al 2020 la quota di valore aggiunto dal 19% dell’industria al 15% e di pari incidenza l’occupazione, con una perdita di circa 1.300.000 posti di lavoro tra il 2010 e il 2020

2. di nuovo sviluppo industriale”, capace di riportare la quota dal 19% al 23% e l’occupazione dal 19% al 20% con la creazione di circa 913.000 nuovi posti di lavoro

Perché i risultati dello scenario 1

1. L’Italia ha già perso circa 300.000 posti di lavoro nell’industria tra il 2000 ed il 2010

2. Tra il 2000 ed il 2007 la produttività del lavoro è cresciuta in Italia del 6,2%, contro il 22,8% della Germania ed il 9,3% della Francia

3. Il tessuto industriale italiano è per il 65% di aziende con meno di 50 dipendenti, contro il 30% della Germania

4. Le aziende a gestione familiare sono il 66%, contro 28% in Germania e 26% in Francia

5. Gli imprenditori con più di 64 anni sono il 22% in Italia, rispetto al 9% in Germania ed al 5% in Francia

6. I prestiti bancari rappresentano il 67% dei debiti, contro il 49% in Germania ed il 28% nel Regno Unito

7. La produzione industriale italiana è basata su settori o parti della catena del valore a basso valore aggiunto, in competizione con Paesi a basso costo del lavoro

8. Basso livello di innovazione poiché: a) La spesa privata in Ricerca & Sviluppo è lo 0,6% del PIL, meno della metà di Germania e Stati Uniti e meno di un quarto del Giappone; b) il sistema innovativo è frammentato

9. L’Italia è al 5°posto al mondo per flessibilità del lavoro e al 3°in Europa per integrazione della forza lavoro, ma è penultima al mondo per “qualità del dialogo sociale”

10. L’Italia ha la più alta pressione fiscale in Europa, con un tasso totale del 68,3% sui profitti

11. L’Italia ha la regolamentazione e la burocrazia più rigide al mondo (penultima davanti al Brasile)

12. Secondo l’indice di competitività creato da Roland & Berger, l’industria italiana è al 31% rispetto al 70% del Giappone, il 65% degli Stati Uniti, il 64% della Germania, il 50% del Regno Unito

Come sviluppare lo scenario 2

Otto leve per una azione di re-industrializzazione

1. Visibilità internazionale. Elogiare i campioni del “made in Italy” e dare supporto alle Piccole e Media e Imprese nei Paesi emergenti. Come? Attraverso roadshow dell’eccellenza italiana e supporto alle strutture del commercio internazionale. Costi: 1 miliardo di euro.

2. Ri-focalizzarsi sulla manifattura. In particolare su attività ad alta sostenibilità ed alto valore aggiunto. Integrare il cliente finale nella catena del valore. Innovazione. Come? Favorendo la riconfigurazione dell’industria lungo la catena del valore. Supportando la creazione di centri di eccellenza “cluster-based” che uniscano aziende, università e centri di ricerca pubblici e privati. Costi: 15 miliardi di euro.

3. Supportare la crescita dimensionale guidata dal punto di riferimento. Unificare orizzontalmente i brand B2B/B2C per rafforzare il loro posizionamento. Valorizzare le catene di fornitura. Come? Rafforzare i meccanismi per la crescita, rimuovendo tutto ciò che la scoraggia. Costi: 4-6 miliardi di euro.

4. Creare una nuova generazione di start-up. Favorire l’imprenditoria giovanile in settori innovativi. Sponsorizzare l’Italia come “start-up hub” all’estero. Come? Semplificazione burocratica e fiscale per le start-up (esempio Germania). Programmi internazionali per attrazione imprenditori stranieri (Esempio Cile). Costi: 4 miliardi di euro.

5. Ridurre pressione fiscale e burocrazia. E far crescere la certezza legale. Come? Ridurre le tasse sul lavoro ed i contributi sociali. Razionalizzare le istituzioni e le procedure governative. Rivedere il sistema giudiziario per ridurre la lunghezza dei processi e la litigiosità. Costi: 10 miliardi di euro.

6. Supportare la società della conoscenza. Rafforzare il posizionamento dell’Italia nelle nuove tecnologie e nei campi innovativi. Promuovere una Ricerca & Sviluppo orientata al prodotto. Come? Definire una strategia nazionale di innovazione allineata ad Horizon 2020. Promuovere il passaggio della Ricerca pubblica dalla ricerca di base alle soluzioni industriali. Costi?: 10-12 miliardi di euro.

7. Rafforzare la “cultura d’azienda”. Formare un ambiente educativo orientato all’industria per assicurare competenze e adattamento. Sviluppare una positiva attitudine imprenditoriale. Come? Combinando studio con formazione “on the job”. Semplificare le leggi sul fallimento in senso Anglo-Sassone in modo da permettere all’imprenditore di partire con una nuova iniziativa aziendale più rapidamente.

8. Migliorare le infrastrutture. Aumentare la produttività dei costi industriali. Come? Agenda digitale e promozione B2B. Ridurre costi energia.

Come reperire le risorse

In complesso si tratta di 200-250 miliardi di euro da trovare incidendo il meno possibile sulla spesa pubblica. La parte pubblica comunque attraverso: Credito d’imposta, Fondi nazionali e Fondi Unione Europea. La parte privata attraverso: sistema bancario, venture capital/fondi d’investimento, investimenti esteri diretti, opzioni alternative (come mini-bond).

Conclusioni

Come si nota quasi tutte le richieste di cui si parla nel dibattito politico attuale in merito alla riforma della giustizia, del diritto del lavoro, della pubblica amministrazione, delle procedure burocratiche. Quindi non è solo l’Europa che ci chiede le riforme ma anche gli intermediari che possono indirizzare nel nostro Paese gli investitori. Trovo pertanto assurdo che spesso ci si trovi nei dibattiti con persone che fingono di non saperlo e, sostenendo di voler difendere i lavoratori, vorrebbero mantenere tutto come prima. Se, come qui illustrato, quelle riforme possono creare in cinque anni più di 900.000 posti di lavoro, forse i lavoratori e l’Italia si aiutano supportando quei cambiamenti!

Commenti   

#1 cinciripini 2014-10-02 19:31
E' possibile avere copia in originale dello studio di questa società ?

Grazie

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