Lo scandalo delle spese regionali per rappresentanze estere: Zaia, Cota, Formigoni, Crocetta.

Leggo che tra gli interventi di riduzione della spesa pubblica del governo Renzi, o comunque tra le proposte di “spending review” del commissario Cottarelli, vi sarebbe anche quella di tagliare le spese delle Regioni per rappresentanze all’estero.

E’ un tema a me caro, tanto che nel 2010 ne feci argomento di una “Proposta di Legge” alla quale rinvio(http://leg16.camera.it/_dati/leg16/lavori/stampati/pdf/16PDL0044220.pdf )

Ancora una volta i fatti sono al di là di qualunque ragionevolezza e dimostrano come la politica regionale abbia le stesse pecche di quella nazionale e cioè vi sia il totale disinteresse verso i cittadini ed i loro problemi. E ciò coinvolge trasversalmente tutti i partiti storici, Lega Nord compresa.

Ecco i fatti, così come risultano anche articoli di stampa di Sergio Rizzo sul Corriere, di Davide Colombo su Libero, di Domenico Ferrara sul Corriere e dal Sole24Ore.


Il Veneto avrebbe ben 10 uffici in Cina, ma ve ne sarebbero altri in Bielorussia, Bosnia, Canada, Romana, Stati Uniti, Bulgaria, Vietnam, Uzbekistan, Porto Rico, Turchia. In totale si tratterebbe di 60 sedi in 31 Paesi.


La Val d’Aosta ne avrebbe 27, uno in Argentina, un paio in Brasile e Cina, quattro in Russia, uno in Francia, Giappone, Lituania, Israele, Moldova, Polonia, Perù, Uruguay, Kazakistan.


Il Piemonte 33 in 23 Paesi, di cui, tra l’latro, due in Corea del Sud e altrettanti in Costa Rica e in Lettonia, quattro in Cina, uno a Cuba, due in India.

La Lombardia avrebbe 29 sedi in 24 Paesi.


E la Sicilia non si sa quanti, certamente a Parigi (in Boulevard Haussmann), in Tunisia e, ovviamente a New York (nell’Empire State Building).


E la Campania non si sa quanti, ma uno era su una delle più belle strade di New York al modesto costo di 1.140.000 euro l’anno. Qui ben tre persone avevano il compito di “organizzare, per promuovere l’immagine regionale, eventi ai quali non soltanto non partecipava «alcun esponente americano», e nessuno «che parlasse inglese».


Neppure le regioni piccole si tirano indietro. Le Marche hanno 9 sedi all’estero, di cui quattro in Cina ed una in India.

L’Emilia-Romagna ne ha 5, mentre il Friuli-Venezia Giulia 3: in Slovacchia, Moldova e Federazione russa. La Basilicata sarebbe presente tra l’altro in Argentina, Uruguay, la Puglia persino in Albania.


In aggiunta tutte le Regioni italiane ha aperto sedi a Bruxelles e a Roma. Basti pensare che Crocetta in Sicilia, presentatosi come colui che avrebbe ridotto i costi della politica in Sicilia, sulla rappresentanza a Bruxelles ha rideterminato l’organico (fissato in 3 persone dalla giunta Lombardo) portandolo a 24 persone.


Le regioni italiane – secondo un dossier del Ministero dell’economia e delle finanze – hanno all’estero 157 uffici di rappresentanza, ai quali si aggiungono le 21 sedi a Bruxelles, per un totale di 178 «ambasciate» regionali. I costi di tale mastodontico e ridondante apparato di rappresentanza non sono stati ancora accertati. Anche ipotizzando che i costi medi siano la metà di quanto spende la Campania a New York, la cifra complessiva potrebbe facilmente raggiungere i 100 milioni di euro l’anno.


Solo a Bruxelles l’Italia è presente con il settore pubblico attraverso ben 3 ambasciate (quella bilaterale, la Rappresentanza presso la Ue e quella presso la Nato), la sede dell'Ice, quella dell'Enit, l'Istituto italiano di cultura e 21 sedi regionali in 15 edifici diversi. Vi sono poi le sedi dell'Anci e l'Upi, per curare gli interessi di comuni e province.

E anche qui il tentativo di bloccare questa spesa improduttiva fu fatto nel 2006 dal governo Prodi. Ma senza risultato.

Ben comprendiamo che le Regioni abbiano titolo ad essere presenti a Bruxelles, considerato che molti fondi passano attraverso di esse. Per questo la mia proposta di legge proponeva l’istituzione di un «Palazzo Italia» nel quale fare confluire tutte le rappresentanze regionali.

Commenti   

#1 carlo 2014-03-17 20:28
L'istituzione del "regionalismo", pur avendo delle intenzioni buone, ha innescato un vortice di sprechi e clientelismi di ogni tipo che adesso paghiamo. Occorrerebbe come propone lei un taglio delle strutture. Una critica benvola che faccio a Cottarelli è che il suo studio, a quanto sembra (ma non sono completamente informato e mi potrei sbagliare), si concentra solo sulla ridondanza delle strutture. Infatti, a mio modesto avviso la spending review dovrebbe affrontare anche il tema dei processi amministrativi. Forse in quella direzione, per affrontare tematiche simil-aziendali, ci si dovrebbe rivolgere a consulenti diversi.

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