Oggi il Corriere della Sera: Mille profughi nel centro di accoglienza: da polvere e caldo al fango. Non si può può», ha scritto Marazziti in tempo reale. Più tardi, quando il nubifragio è ormai iniziato, la situazione è precipitata: «Pioggia torrenziale nella notte. Impossibile ripararsi. Materassi fracidi e persone ammucchiate». Marazziti, sabato è entrato nel centro di accoglienza. Per «parlare con i sopravvissuti eritrei indagati per immigrazione clandestina. Vergogna! Cambiamo la legge subito», ha scritto sempre su Twitter. E così ha descritto le condizioni in cui sono costretti a «sopravvivere» le mille persone, uomini, donne e bambini: «materassi di gommapiuma nuda nel sudore e nella polvere è una vergogna. Perché?».

Cosa c’entra lo stato vergognoso in cui accogliamo queste persone, con una legge che regolamenta i flussi dei migranti?

Appunto, perché? Perché sfruttare un dramma così immane per farne demagogia politica? Perché contrariamente ad ogni logica ciascuno che abbia espresso un parere (nemmeno richiesto) ha sentito il bisogno di farne uso strumentale per una ribalta o per una polemica, una più misera dell’altra? Perchè l’unica analisi seria l’ha fatta un ex amministratore, parole di concreta partecipazione e saggia proposizione?

Andiamo per ordine. Un barcone si inabissa ed un carico di 500 persone tra uomini donne e bambini naufragano: passano tre pescherecci e non prestano il soccorso in mare venendo a meno ad un preciso obbligo di legge. Laddove il soccorso risultasse impraticabile, la legge impone di allertare le autorità preposte o contattare direttamente la Capitaneria di Porto-Guardia Costiera utilizzando il canale 16 dei WHF o telefonando al pronto intervento del numero 1530. La violazione di suddetto obbligo comporta quindi sanzioni di tipo penale, individuate all’art. 593 del codice, alla voce “omissione di soccorso”.

Nello specifico dei naufragi di questo tipo interviene però la Legge 30 luglio 2002, n.189 ( “Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), che prevede all’art. 11 comma 3 che sia punito “ chiunque compie atti diretti a procurare l'ingresso di taluno nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni del presente testo unico, ovvero a procurare l'ingresso illegale in altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente”, creando un vulnus normativo di rilievo: contraddizione che va immediatamente risolta.

Torniamo ai fatti. I superstiti vengono così portati al centro di accoglienza, che da anni denuncia (dal tempo in cui qualcuno aveva previsto campi da golf e spa sull’isola…) le condizioni inaccettabili in cui gli operatori si trovano ad accogliere queste persone, la precarietà del loro intervento, e la mancanza di soluzioni sistematiche. Materia che la legge in questione nemmeno sfiora, non fosse per l’obbligo che impone alla identificazione di chiunque varchi il confine italiano: che sia varcato dalle spiagge di MonteCarlo piuttosto che dalle acque della Libia, chiunque non sia cittadino italiano è tenuto ad identificarsi. Normale condizione di uno stato di diritto.

Chi dispone di adeguato documento seguirà un percorso, chi ne è privo dovrà seguirne un altro: ed è un dovere umano prima che morale e sociale, garantire che questo avvenga in un ambiente adeguato. Perché allora non si è ascoltato l’appello dell’ Isola che ora si vorrebbe accontentare con una candidatura al Nobel, quando chiedeva aiuti concreti? Dove erano i tanti politicanti sconvolti, quando l'amministrazione locale chiedeva interventi strutturali e finanziari per rendere l’isola in grado di accogliere come giusto, e non come bello?

Cosa c’entra il reato di clandestinita’ con le condizioni in cui ci troviamo a perseguirlo? Se una riflessione deve essere, si faccia sulla depenalizzazione della clandestinità, in quanto esserlo non costituisca reato. Senza confondere demagogicamente lo stato di clandestino con quello di profugo: l’uno attiene a chi varca il confine di un paese in maniera “clandestina” cioè fatto di nascosto, cioè senza l’approvazione o contro il divieto delle autorità. L’altro attiene ad uno stato ben definito da Trattati internazionali.

La depenalizzazione del reato di clandestinità deve riflettere solo su questo ordine di cose. E rispondere di conseguenza sulla resa che il nostro paese farà in termini di integrazione effettiva e/o sicurezza pubblica. La depenalizzazione va vista infatti non in quanto rinuncia ad un giusto principio (perchè chi entra in un domicilio altrui di nascosto commette comunque una illegalità) ma in quanto si tratta di un reato che lo Stato non è in grado di far rispettare ed il tentare di farlo ha come risultato il sovraffolamento delle carceri (quindi il mancato rispetto di diritti umani).

Il lutto di questi giorni avrebbe imposto una compostezza da parte delle autorità ben altra che tutte queste stupide polemiche, Una reazione consapevole non avrebbe permesso ai nostri politici di fare la passerella con cui hanno mostrato la loro umanità peggiore: Alfano che lamenta la difficoltà di soccorso da parte delle autorità portuali non perché sotto numero e magari senza i soldi per mettere carburante in barca, ma perché i naufraghi non avevano i cellulari! La Presidente Boldrini che anziché portare la sua esperienza si perde nell’ennesima retorica “chi fugge da guerre e morte non si ferma davanti a delle ipotesi di reato”. Presidente! In Italia per chi fugge da guerra e morte non c’è alcun ipotesi di reato ma solo diritti che lo Stato che lei rappresenta non sa praticare.

Ed ora il dibattito dovrebbe spostarsi su precise contraddizioni del nostro ordinamento, dovrebbe concentrarsi sulle coperture finanziarie necessarie ad una politica di accoglienza degna di un paese civile e dovrebbe elevarsi oltre confine per imporre all’Europa un concerto di responsabilità oltre quelle di primo intervento. Invece il dibattito sarà sulla BOSSI-FINI: una legge come tante, ma che ha tutto il fascino di un nome con cui si può accendere lo scontro politico. Non ne avessimo avuto abbastanza di derive ...

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