Active ImageIl Ministro del Welfare, Giovannini, rispondendo ad una interrogazione alla Camera agli inizi del mese di agosto ha dato notizia che, secondo quanto comunicato dall’Inps relativamente ai trattamenti pensionistici con gli imponibili mensili lordi più elevati erogati dall’Istituto, i primi dieci “pensionati d’oro” italiani percepirebbero mensilmente i seguenti importi lordi:

1) 91.337,18; 2) 66.436,88; 3) 51.781,93; 4) 50.885,43; 5) 47.934,61; 6) 46.811,50; 7) 46.773,61;8) 44.258,87; 9) 43.235,96; 10) 41.707,54.

Come ovvio una informativa del genere ha sollevato non poca indignazione: anzi c’è poco da dire, ma siamo di fronte ad un nuovo “scandalo” della nostra società.

La cosa era risaputa, anche se non in termini così crudi, ed anzi ci piacerebbe sapere quante sono ad esempio i pensionati italiani che percepiscono più di 20.000 euro al mese (l’Istat ci dice solamente che sono circa 800.000 i pensionati che percepiscono più di 3.000 euro).

Proprio perché risaputa svariati governi avevano tentato, peraltro con misure demagogiche, di dare una sorta di risposta ad una evidente ed inspiegabile diseguaglianza, sconosciuta in qualunque altro Paese al mondo.

Così nell’estate 2011 il governo Berlusconi aveva introdotto un cosiddetto contributo di solidarietà“, cioè un prelievo extra su tutte le pensioni d’oro“ ( superiori rispettivamente ai 90 mila, ai 150 mila e ai 200 mila euro lordi l’anno). Il contributo era stato poi confermato dal governo Monti, ma la sentenza 116/2013 della Corte Costituzionale lo ha dichiarato illegittimo, a mio giudizio con piena ragione, poiché il prelievo extra sulle pensioni sopra i 90 mila euro è “irragionevole e discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini. L’intervento riguarda, infatti, i soli pensionati, senza garantire il rispetto dei principi fondamentali di uguaglianza a parità di reddito”, quindi in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione. In altri termini avendo natura di prelievo fiscale doveva essere esteso caso mai a tutti i contribuenti.

Da allora si sono moltiplicate le iniziative parlamentari ma sempre con formule facilmente censurabili da parte della Corte.

Vi è tuttavia un modo per affrontare seriamente la questione e per riportare equità e giustizia nel sistema pensionistico.

Perché, infatti, è stato possibile che si verificassero abnormità come quelle delle pensioni d’oro nel nostro Paese?

Come è noto la maggior parte degli attuali pensionati ha conseguito il vitalizio con il “sistema retributivo”, il quale prevedeva una pensione pari ad una percentuale della retribuzione mensile. Tale sistema vale per intero per coloro che al 31.12.1995 potevano vantare almeno 18 anni di contributi, cioè tutti coloro che, più o meno hanno iniziato a lavorare nel 1977 o prima. Ipotizzando che siano stati avviati al lavoro a 18-24 anni si tratta dei nati negli anni 1953- 1959 o prima. In definitiva pensionati che oggi hanno mediamente da 60 anni in su, salvo che non siano incappati nella “riforma Fornero”, non avendo raggiunto entro il 31.12.2011 i 40 anni di contributi.

Nel sistema retributivo la pensione era una percentuale della retribuzione:

-fino al 1992 calcolata sull’ultima retribuzione

-dal 1993 sulla media degli ultimi dieci anni di retribuzione per i dipendenti e quindici per i lavoratori autonomi

E’ evidente che soprattutto fino al 1992 il sistema si è prestato a facili azioni speculative: bastava che il pensionando concordasse con l’azienda una finta retribuzione (anche il doppio di quella percepita in precedenza) assumendo a proprio carico il maggior onere per l’impresa e voilà, ecco il vitalizio raddoppiato per sempre. Anche senza arrivare a casi truffaldini è comunque evidente che per motivi di anzianità la pensione basata sull’ultima retribuzione sia “non congrua” rispetto ai contributi realmente versati.

Se poi si pensa che:

- molte leggi hanno permesso di riscattare a costi pressoché nulli periodi di carenza di retribuzione (come servizio militare, laurea o maternità) o di precariato pre-ruolo per dipendenti pubblici

-negli anni ’60 molti italiani sono stati entrati nel sistema pensionistico obbligatorio con leggi speciali ed a condizioni speciali (commercianti, artigiani, agricoltori ecc.)

-le Casse professionali hanno previsto per decenni contributi annuali irrisori

-ogni anno si pagano circa 15 miliardi di euro ai cosiddetti “baby pensionati”, beneficiati dal ricevere immediatamente una pensione dopo solo 19 anni (15 per le donne) di contribuzione

ben si comprende come la gran massa di coloro che hanno fruito del sistema retributivo percepisca oggi vitalizi che hanno ricevuto dal sistema di sicurezza sociale nazionale somme di gran lunga superiori e del tutto incongrue rispetto al monte di contributi versati.

Al riguardo viene citato sovente il caso di quel «.. pensionato che….. ha versato 102.396 euro di contributo soggettivo e, considerando anche quello integrativo, ha versato in tutto 175.018 euro di contributi, attualizzati al 2006. Finora ha riscosso 339.962 euro di pensione, il doppio di quanto ha versato. In base alla sua speranza di vita riscuoterà altri 963.967 euro per un totale di 1.303.929 euro: ossia 7,45 volte i contributi versati»

Ovviamente per coloro che non avevano 18 anni di contributi versati al 31.12.95 vige un sistema misto, cioè retributivo fino al 31.12.92 e contributivo dall’1.1.93. Per essi il risultato è sicuramente meno distorto rispetto ai pensionati di cui sopra, ma anche per essi, almeno in parte, esiste una differenziale tra contributi versati e prestazioni ricevute o da ricevere.

Solo coloro che hanno iniziato a lavorare dopo l’1.1.95 riceveranno un vitalizio calcolato solo con il sistema contributivo e dunque percepiranno una pensione esattamente correlata ai contributi versati.

Per fare due conti ricordo che i pensionati italiani sono poco meno di 17 milioni e percepiscono complessivamente circa 265 miliardi di euro all’anno. Le pensioni di anzianità, vecchiaia e superstiti, che sono quelle di cui stiamo parlando in questo post, pesano per circa 240 miliardi all’anno.

Come abbiamo visto vi sono pensionati che, alla resa dei conti, nell’arco del periodo di pensionamento ed in relazione alla loro aspettativa di vita, percepiscono, in termini reali, anche dieci volte ciò che hanno versato come contributi. Ovviamente “dieci volte” sono casi estremi ma, a titolo meramente esemplificativo, ipotizzando che mediamente quel moltiplicatore sia “due volte” (ma è sicuramente superiore) vorrebbe dire che ogni anno 120 miliardi corrispondo ad una sorta di regalo dello Stato.

Ipotizzando che si chieda a questi pensionati un contributo a posteriori del 10% se ne ricaverebbero mediamente 12 miliardi all’anno.

Come evidente il calcolo dovrebbe essere individuale poiché l’Inps è in grado di calcolare per ciascuno di noi la differenza tra il monte contributi versati e ciò che percepiamo realmente di pensione. State pur certi che per soggetti come quelli che percepiscono “pensioni d’oro” si tratterebbe ogni mese di qualche decina di migliaia di euro in meno.

Un meccanismo di questo genere non potrebbe essere censurato dalla Corte Costituzionale poiché è ovvio che avrebbe il significato di un riequilibrio applicabile a tutti i pensionati sulla differenza i contributi realmente versati e le prestazioni che ricevono: dunque non potrebbe essere ravvisata alcuna incostituzionalità.

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