Si è tenuta oggi la cerimonia finale con consegna degli attestati del Corso di Perfezionamento post laurea in Risk Management, da me fondato all’Università di Verona 18 anni fa e dove ho ripreso il mio lavoro nella società civile dopo la parentesi da deputato.
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Trascrivo il mio intervento conclusivo per come lo ricordo e perché il rituffarsi nella cultura mi ha fatto sentire quanto spesso essa manchi alla politica. Penso ad esempio all’intervento di ieri di Di Pietro a Onda su La7 ancora una volta aggressivo nei confronti del Pd e del Presidente della Repubblica salvo poi con grande incoerenza chiedere di poter fare coalizione con lo stesso Pd.
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Ecco la trascrizione dell’intervento come lo riprendo dalla mia memoria.. Non mi ero accorto che il Corso compisse oggi diciotto anni: dunque è maggiorenne, ma questo è anche il segno del tempo che passa. E per chi ha la mia età ciò è denso di riflessioni significative. Penso a quando 18 anni fa andai dal Presidente della Banca………. (oggi a lui è intitolato il complesso universitario in cui ci troviamo) e trovai lui ed il suo direttore generale entusiasti di un corso allora così innovativo.
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Il fatto che sia diventato maggiorenne e che sia ancora cresciuto in fama e frequenza, dopo che per tanto tempo io non ho potuto dedicarmici, significa che avevo costruito un soggetto in grado di camminare sulle sue gambe: anzi su quelle dei miei collaboratori. Anche questo è lo spunto per una riflessione: nel mondo accademico uno come me viene definito “Maestro”, in quanto iniziatore di una “Scuola”. Ebbene sono tra coloro che pensano che per un “Maestro” non vi possa essere nulla di più gratificante che scoprire che “l’Allievo ha superato il Maestro” ed in tal senso sono orgoglioso che la attuale direttrice del Corso (B.G, oggi Professore Associato) sia stata e sia ancora una delle mie migliori allieve.
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Chi, come me, si avvia verso la parte finale della sua carriera accademica (i professori universitari vanno in pensione ben oltre l’età introdotta dalla Legge Fornero), grazie all’esperienza acquisita, tende a dare una visione più culturale, piuttosto che operativa, degli oggetti di studio e di ricerca che hanno permeato la sua vita. Da giovane ricercatore si bada più al concreto, da professore “tardo adulto” si comprendono più facilmente i nessi logici, i collegamenti, le tavole sinottiche che intersecano principi scientifici ed il proprio vissuto.
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Seguendo le quattro relazioni che si sono succedute ho elaborato almeno quattro dimensioni del rapporto tra rischio e cultura, filtrate attraverso mie esperienze di vita.
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1. Rischio – cultura – incomprensione: questa dimensione mi è apparsa durante le relazioni di V. e S. che illustravano comportamenti di compliance (conformità) come metodi di fronteggiamento del rischio da parte delle imprese. Oggi è un tema quasi imprescindibile per la sopravvivenza di un’impresa. Più di vent’anni fa assegnai ad una mia studentessa una tesi di laurea che in modo anticipatorio la portò a fare qualche cosa di simile avendo come riferimento la legislazione italiana. Quando presentò la tesi alla Commissione di laurea non fu compresa, nonostante i miei tentativi di spiegare l’importanza di quel lavoro. Non ci fu nulla da fare ed ebbe il punteggio di laurea più basso che mai sia stato assegnato ad un mio studente: lei fu molto delusa e per me resta tutt’ora una ferita aperta. Appunto la dimensione dell’incomprensione culturale.
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2. Rischio – cultura – comprensione: nelle quattro relazioni di oggi tutti hanno citato le norme ISO 31000 (norme universalmente accettate nelle procedure di Risk Management). Ho contribuito a scriverle avendo fatto parte dello “working group” mondiale che se ne occupato. Ricordo che impiegammo ben due sessioni di lavoro, la prima a Tokio e la seconda a Sidney, solo per discutere ed arrivare alla condivisione della definizione di “rischio”. A molti sembrerà un termine molto comune ma ci vollero due dense settimane di lavoro per arrivare ad una conclusione che tutti ritennero di poter accettare. D’altronde invito chi ne avesse tempo e voglia a leggere il libro “Filosofia della probabilità” scritto da un italiano, Ludovido Geymonat. Credo che a molti sembrerà quasi impossibile scrivere un trattato di filosofia sul concetto di probabilità.
Appunto la dimensione della comprensione culturale.

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3. Rischio – cultura – innovazione: Mi è tornato alla mente George Yves Kervern, manager di altissimo livello della maggiore industria assicurativa francese e docente alla Sorbona. Lo portai a Verona al convegno di avvio della prima edizione di questo corso a parlarci di una sua invenzione, di un parto della sua mente: una nuova scienza “les cyndiniques” (io la battezzai Chindinica), la nuova scienza del pericolo, che fece nascere da decine e decine di osservazioni che promanavano dalle scienze più diverse (dalla meteorologia alla teoria delle catastrofi, eccetera) ed i cui principi sembrano ora universalmente applicabili.
Appunto la dimensione innovativa della cultura.
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4. Rischio -cultura- storia: Il passato è una parte dell’oggi e spesso è proprio nel passato che ritroviamo le connessioni che riescono a chiarirci ciò che siamo e perché siamo. Il mio amico B. ha iniziato la sua relazione citando il passo di una canzone di Lucio Battisti. Io amo molto la poesia ed un giorno leggendo una raccolta di una grande poetessa americana, Emily Dickinson, mi sono imbattuto nella più bella e pregnante definizione di “incertezza” che mai abbia conosciuto, scritta nel 1850:

L’incertezza è più ostile della morte.

La morte, anche se vasta,

è soltanto la morte e non può crescere.


All’incertezza invece non v’è limite,
perisce per risorgere

e morire di nuovo,

è l’unione del nulla
 con l’immortalità.

Appunto la dimensione storica della cultura.

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