Tutti mettono oggi al primo posto dei programmi di governo del Paese il tema del lavoro e dell’occupazione. Nessuno tuttavia lo fa con la necessaria concretezza cercando di elaborare soluzioni che abbiano efficacia immediata.
Da una situazione eccezionale, come quella che sta mettendo al tappeto imprenditori e lavoratori, non si esce se non con provvedimenti altrettanto eccezionali, magari limitati nel tempo.
Nessuno ricorda però, o non conosce, alcuni assiomi che sono basilari per la questione di cui si parla:
1. Non vi è occupazione senza impresa. Non vi è alcuna legge che possa creare lavoro (se non per un tempo molto limitato), né vi è alcun giudice che possa ordinare anche la reintegrazione di un lavoratore se l’impresa non è in grado di restare sul mercato;
2. Non vi è nuova occupazione senza nuovi investimenti da parte delle imprese. Solo le imprese che innovano prodotti e processi e per farlo re-investono gli utili e/o trovano nuovi e maggiori capitali sul mercato, crescono e creano lavoro;
3. Non vi possono essere nuovi investimenti se non vi è la prospettiva del loro ritorno, che è ovviamente associato ad un congruo guadagno.
Se si accolgono questi tre assiomi (che mi pare difficile contestare) dobbiamo valutare ciò che nel contesto attuale li rende “poco” o “del tutto non” praticabili.
Nonostante i numerosi interventi normativi degli ultimi anni, in Italia il numero di adempimenti e di interlocutori con i quali le imprese devono interagire, i tempi di risposta, l’incertezza derivante dal numero di norme, spesso non chiare e soggette a continue modifiche, rappresentano un elevato costo per le imprese e le penalizzano rispetto a quelle di altri Paesi.
Le PMI italiane subiscono una pressione fiscale del 68%, un numero impressionante rispetto al 21% del Lussemburgo, al 26,4% dell’Irlanda, al 27% della Danimarca, al 35,5% della Gran Bretagna, al 40% dell’Olanda, al 46% della Germania. Per gli adempimenti di legge un’impresa perde mediamente 270 ore all’anno. E le tasse sul lavoro pesano per almeno il 40%.
Per dare una dimensione della macchinosità del “fenomeno impresa”in Italia, è sufficiente andarsi a spulciare gli oltre 50 adempimenti burocratici previsti per la tenuta di un cantiere edile. Si tratta di documentazione obbligatoria prevista dal Comitato Paritetico Territoriale di Roma e Provincia. (http://download.acca.it/Download/BibLus-net/Sicurezza%5CCPT_Roma_cantieri.pdf).
Ed ecco un’istantanea della situazione imprenditoriale italiana scattata da Ocse, Banca mondiale e Unioncamere.
Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico l’Italia è un Paese in cui la regolazione economica si può definire “relativamente restrittiva”: +25% rispetto alla media degli altri Paesi.
La Banca mondiale osserva che il nostro è il Paese in cui il costo per l’avvio di un’impresa è 20 volte più alto rispetto a quello che si sostiene negli Usa, 11 volte rispetto a quello di Francia e Finlandia.
Unioncamerestima in 13,7 miliardi di euro il costo della burocrazia per il sistema delle imprese, pari a circa un punto di PIL ed equivalente a un costo medio per azienda di 11.615 euro. Osserva, inoltre, che le imprese esternalizzano poco meno della metà dei costi per adempimenti (45,5%). In questo processo di outsourcing, peraltro ancora più marcato nelle microimprese (che esternalizzano il 46,5% dei costi contro il 41,4% delle imprese con oltre 10 dipendenti), si riscontrano condizioni di ulteriore criticità date dal più alto indice europeo di regolazione registrato nel mercato italiano dei servizi professionali.
Per risolvere alla radice un problema del genere c’è un solo metodo: passare dal controllo ex ante al controllo ex post (come anche suggerito dal Cnel). Si abbia il coraggio di stabilire che l’attività d’impresa (salvo rari e tassativi casi) può essere avviata semplicemente con una serie di autocertificazioni da notificare (anche via posta elettronica) allo “Sportello unico delle imprese”, costituito in ogni comune. Di converso si stabilisca che in caso di “false dichiarazioni” rilevabili documentalmente vi sia l’obbligo immediato ed automatico di chiudere l’attività in via cautelativa, in attesa del giudizio di merito.
Lo stesso dicasi per quanto riguarda la “giustizia civile” che oggi, con la sua lentezza, favorisce il debitore rispetto al creditore. Anche qui si abbia il coraggio di stabilire che il giudice, alla prima udienza, deve comunque assumere un giudizio provvisorio su base esclusivamente documentale e “provvisoriamente esecutivo”.
E’ poi evidente che la pressione fiscale a carico delle imprese e dei lavoratori vada abbassata. Solo così si potranno ottenere da un lato la convenienza ad investire da parte delle imprese e dall’altro un maggior reddito spendibile per lavoratori e famiglie, che andrebbe immediatamente a stimolare i consumi e quindi la crescita della domanda interna.
Da ultimo, ma non meno importante, va osservato che, se non si vuole fare della pura demagogia o ideologia, non può essere rimosso il problema dell’ingresso e dell’uscita dal mercato del lavoro. Se il mercato è chiuso in uscita (come lo è in larga parte nel nostro Paese per una parte –privilegiata – di lavoratori a tempo indefinito) è difficile che possa restare aperto in entrata. Certo questo mette in discussione diritti per lungo tempo garantiti ad una parte dei lavoratori (quelli privilegiati) a scapito di un’altra parte di lavoratori (quelli precari) e soprattutto a danno di coloro (in particolare i giovani) che nel mercato del lavoro proprio non riescono ad entrarci. Far finta di nulla non serve e forse è oggi opportuno abbandonare la battaglia, puramente simbolica ed ideologica del ripristino delle norme dell’art.18.
Perché non immaginare che su tutto questo non si possa realizzare un nuovo patto tra produttori, condiviso dallo Stato come garante e datore di risorse finanziarie, analogo a quello che negli anni ’70 permise di affrontare e risolvere l’allora gravissimo problema dell’inflazione e che portò all’abolizione della “scala mobile” che ne era alla base.
Un accordo tra sindacati dei lavoratori e datori di lavoro, concertato con lo Stato sulle seguenti basi:
1. Azzeramento di ogni procedura autorizzativa per la costituzione di nuove imprese, da sostituirsi con auto-certificazioni;
2. In caso di azione giudiziale di pagamento di crediti di natura commerciale scaduti, ancorché contestati, previsione obbligatoria per il giudice, alla prima udienza, di una decisione provvisoriamente esecutiva, totale o parziale, su base esclusivamente documentale;
3. Riduzione della pressione fiscale di 5 punti in 5 anni, per la quale servono circa 8 miliardi di euro all’anno (nel senso che ogni anno devono aggiungersi 8 miliardi) alle imprese ed ai lavoratori;
4. Accordo generale tra sindacati dei datori di lavoro, dei lavoratori e del governo, con impegno dei primi a non licenziare per due anni se non per casi tassativi di “giusta causa”, dei secondi ad accettare la licenziabilità dei nuovi assunti, e dello Stato a ridurre la pressione fiscale di 1 punto all’anno con riduzione contestuale di spesa pubblica. Per lo Stato impegno al reperimento di 1 miliardo aggiuntivo all’anno per accompagnare l’internazionalizzazione e l’export della PMI. Per tutti, indicatori di verifica periodica sulla crescita dell’occupazione, come strumento di continuazione del patto.
Come nota finale aggiungo che su questi temi Italia dei Valori, nel corso della passata Legislatura, ha presentato numerose proposte di legge, ma evidentemente qualcuno ha dimenticato, o forse nemmeno le conosce.

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il login o registrati.