L’ emergenza lavoro, che quasi tutti i partiti dichiarano di porre al centro dei loro programmi elettorali, è anche il riflesso della negligenza o colpa con la quali gli ultimi governi hanno ignorato l’esigenza di un’ adeguata politica industriale. Dai primi anni 80, quando la mia attività è stata prevalentemente di studio e ricerca, ho approfondito i possibili interventi governativi per numerosi settori dell’ economia del nostro paese in diverse publicazioni.
Ho portato così nella mia esperienza politica questo bagaglio cercandone attualizzazione nelle nostre proposte, spesso completamente ignorate, ma comunque presenti in ogni programma economico di Italia dei Valori. In mancanza nell’attuale programma del partito di uno specifico capitolo su questo tema, mi piace riproporre qui alcune di quelle riflessioni.
La globalizzazione dell’economia, l’avvento sul mercato di Paesi che hanno fondato il loro sviluppo su una illimitata disponibilità di manodopera a basso o bassissimo costo, lo spostamento della produzione ad alta intensità di lavoro dall’area dell’Atlantico a quella del Pacifico e Indiano, avrebbero dovuto suggerire ai Paesi di vecchia tradizione industriale interventi volti a favorire la riconversione verso industrie ad alto valore aggiunto. Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna lo hanno fatto. Da troppi anni in Italia è stata abbandonata l’idea di interventi dedicati a questo scopo, pur avendone più bisogno di altri, avendo un settore industriale principalmente basato su comparti maturi, come il tessile abbigliamento, le calzature, la meccanica non di precisione, eccetera. Pertanto, pur in presenza di sistemi produttivi orientali che tendono ad aprirsi dal punto di vista culturale, del tenore di vita e condivisione di regole reciproche, per i paesi occidentali – in particolare per quelli non dotati di risorse naturali – si rende vitale competere su prodotti a maggior valore aggiunto, dotati quindi di contenuti tecnologici di prodotto e/o di processo all’avanguardia. Purtroppo l’Italia fra i paesi occidentali non brilla certo per la competitività del suo sistema produttivo: lo sviluppo di cui è stata protagonista è stato “drogato” dal debito pubblico, dall’inflazione e solo parzialmente da investimenti infrastrutture, ricerca, istruzione. La struttura produttiva delle PMI è da un lato un valore per le sue capacità di adattamento, dall’altro una debolezza per via delle dimensioni e delle problematiche di ricambio generazionale spesso non in linea con le necessità di una competizione globale. Sia a livello nazionale che a livello locale è pertanto necessario attuare politiche destinate a promuovere tale competitività, a partire dalla valorizzazione/salvaguardia delle conoscenze acquisite nei settori strategici e dal pieno recupero del valore della legalità.

Per questo i programmi di Italia dei Valori hanno sempre posto in evidenza una serie di azioni dello Stato conseguenti all’obiettivo della riconversione industriale.

Ci sono imprese, soprattutto medie e grandi, che sono riuscite a reggere la concorrenza internazionale, hanno dimostrato una capacità di adattamento e sono riuscite a cogliere le opportunità del mercato globale; ma ci sono tante altre imprese che invece versano in difficoltà, subiscono la concorrenza dei prodotti a basso costo provenienti dai paesi in via di sviluppo, non riescono ad internazionalizzarsi o a posizionarsi in modo più favorevole sul mercato. In generale permangono forti problemi di competitività, ben evidenziati dal negativo andamento del costo del lavoro per unità di prodotto. E’ questa la conseguenza di un cuneo fiscale elevato e soprattutto di un basso livello di produttività, che presenta un sensibile gap rispetto ai nostri competitori. Anche per capacità di innovazione il nostro sistema produttivo continua ad essere carente. Le cause di queste difficoltà sono molteplici. Anzitutto la ridotta dimensione delle nostre unità produttive, che impedisce di realizzare le economie di scala. Le piccole imprese hanno difficoltà ad accedere al credito (o ad accedervi a costi contenuti), ad effettuare gli investimenti (e quindi è frequente riscontrare un’insufficiente dotazione tecnologica), ad internazionalizzarsi.

Inoltre: infrastrutture inadeguate, burocratizzazione dispendiosa, mercati protetti che generano costi dell’energia e dei servizi alle imprese troppi elevati, eccessiva presenza delle imprese italiane in settori maturi e tradizionali (maggiormente esposti alla concorrenza dei paesi a basso costo del lavoro), divario nel livello di istruzione e formazione, insufficienti spese in ricerca e sviluppo.
Va premesso però che non è pensabile opporci all’ingresso delle imprese straniere per difendere a tutti i costi l’italianità: il rilancio del nostro sistema industriale deve passare attraverso il mercato globale e la concorrenza. E’ inevitabile in certi casi la delocalizzazione produttiva: può capitare che in parte o tutte le lavorazioni industriali di un’unità produttiva vengano trasferite all’estero, ma è importante che l’impresa continui ad esercitare in Italia le attività ad elevato valore aggiunto quali progettazione, direzione, marketing, assistenza, sviluppo di nuovi prodotti, amministrazione eccetera. Più in generale, occorre che il sistema Italia sappia valorizzare le proprie capacità ed accresca il grado di competitività, in modo da realizzare un contesto favorevole per attrarre e mantenere i capitali in attività produttive. Occorre allora perseguire uno sviluppo di qualità, fondato su ricerca e innovazione. Determinante è il sostegno pubblico: serve un aumento dei fondi destinati alla ricerca, ma bisogna anche creare un ambiente favorevole all’innovazione. Per avviare un circolo virtuoso fondato sull’innovazione c’è bisogno di un mercato concorrenziale, trasparente e legale. L’illegalità diffusa invece non stimola le imprese ad investire, perché in tale contesto non è importante essere competitivi. Anche la massiccia evasione fiscale distorce la concorrenza ed arreca danni allo sviluppo. Un altro fattore competitivo importante è il capitale umano: occorre elevare il livello di istruzione e premiare la professionalità. Infine si deve riconoscere l’importanza della finanza, che deve fornire il sostegno al processo in un’ottica di lungo periodo e con oneri contenuti. Spetta al Governo porre in atto un mix di misure dall’effetto immediato o a breve (come la riduzione del cuneo fiscale, le semplificazioni burocratiche ed amministrative, la riduzione dei costi dei finanziamenti) e misure a più lungo termine di sostegno allo sviluppo, come la realizzazione di mercati concorrenziali nei servizi. In particolare una maggiore apertura alla concorrenza nel campo dei servizi in genere è indispensabile per contrastare fenomeni di rendita e migliorare l’efficienza ed i costi per le imprese. E’ poi essenziale incentivare le piccole e medie imprese alla crescita dimensionale (da favorire anche attraverso significative agevolazioni fiscali), così come bisogna indurre le imprese a fare rete, a fare sistema con le Università per beneficiare dei risultati della ricerca, e ad una migliore managerialità nella conduzione aziendale. Occorre dunque un impegno di tutti, cittadini, lavoratori, imprese, banche, sindacati, governo in uno sforzo comune che abbia come obiettivo la crescita della competitività, indispensabile per il rilancio della nostra industria e della nostra economia. Nella consapevolezza che solo con una produzione di qualità si può aspirare ad un migliore tenore di vita per tutti.

Commenti   

#1 poetalc 2013-02-20 22:20
Egregio Onorevole Borghesi,
essendo l'unico e solo Poetalc che porta avanti da solo un progetto finanziario globale sulla Risoluzione Europea / luglio 2011 di sostenere 23 milioni di disoccupati a rischio d'indigenza e in Italia già 8.000.000 e più dal 2001 pure con le pensioni non arrivano alla fine del mese che in tempi economicamente più acculturati venivano chiamati salari per pensioni da fame .
Lascerei da parte le industrie eccellenti che onorano i pagamenti in Italia e nel mondo , per dedicarmi al mio progetto di diminuire il costo del lavoro o il cuneo fiscale 60% che attaglia il dipendente 50% e 50% al datore anche se al Inps , totalmente e a carico del datore , che in tempi di crisi aumenta l'interesse di ridurre il personale e le assunzioni se poi considera la base salariale bassa colpita sul potere di acquisto del inflazione -72.22% da 2001 e l'obbligo del pensionamento aumentato a 65 anni o dopo 40 anni di lavoro senza crisi di mercato, accidenti politici economici e legislativi più incidenti ad infortuni più malattie ed altro , con quale reddito più dignitoso potrà andare in pensione il lavoratore per vivere decorosamente il suo ultimo meritato riposo?
DOVE ricordo la firma 1999 sul trattato a Roma PER SOSTENERE I salari sul inflazione E garantiti dalla comunità con la politica monetaria attribuita alla BCE mentre la politica sociale e dei redditi di competenza esclusiva a ciascun governo degli stati membri.
Invece i Ns.governi li dimenticarono privilegiando medi, alti,altissimi stipendi e pensioni sulla garanzia degli introiti aumentabili sui prodotti petroliferi , benzina ecc. peggiorando l'inflazione ,il nemico più temibile negli altri paesi in Europa , America e Cina.
Così noi chiudiamo fabbriche, negozi, imprese ecc. nel diminuire l'interesse dei giovani di cercare lavoro sul rischio a breve di licenziamento o d'investimento in attività professionali, commerciali, artigianali ecc., a rischio di default.
Praticamente come si dice alla Casa Bianca " La politica Italiana non risolve i problemi alla base del paese "
ANCHE PERCHÉ SIAMO LONTANI DAL BOUM ECONOMICO DEGLI ANNI 60 nel doverci perfezionare a diminuire LE TASSE E ancora PIÙ LONTANI perfezionarci CON LE INDUSTRIE ANCHE PERCHÈ ABBIAMO IL PROBLEMA DEL EVASIONE CHE A PAROLE SONO CENTINAIA DI MILIARDI DI EURO MA IN SOSTANZA DOPO IL PRIMO BOUM 25 MILIARDI NON SE NE PARLA PIÙ forse sulla diminuita evasione o hanno trovato altri modi quando bastava, col Centro dati di ROMA su tutti i cittadini, individuare il reddito minimo a permettersi una auto e una moto di cilindrata bassa e quello più alto a due auto e una moto di cilindrata più alta evitando contenziosi , suicidi , dubbi e incertezze a redditometro.
E i prezzi continuano alle stelle e i consumi continuano in basso dove le tasse non bastono e i tagli neppure. Ma Il governo Monti CI HA PERMESSO DI RIMANERE IN Europa, forse PER LA RISOLUZIONE EUROPA DOPO IL 2013?
Adams Smith , fu i primo degli economisti del primo 800 sulla Ricchezza delle Nazioni, individuare oltre al PIL e le riserve auree per le guerre, la garanzia Bancaria al pagamento dei salari sulla raccolta e conservazione dei prodotti nelle tenute agricole di allora !

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