Dalla vicenda che riguarda l’Ilva di Taranto e la sua possibile chiusura per danni ambientali, disposta dal Gip Patrizia….mi sembra giusto trarre alcuni spunti di riflessione affinchè a qualcuno non salti in mente di invocare il ritorno allo Stato imprenditore come contrapposizione al “padrone delle ferriere”.
Emilio Riva è alla guida di un Gruppo che tra i primi dieci produttori d’acciaio al mondo con una produzione di 17,5 ml di tonnellate di acciaio grezzo, con un fatturato di quasi 10 miliardi di euro e circa 26000 dipendenti. La sua vita sembra incarnare il sogno americano di chi, iniziando col raccogliere ferro nella prima metà degli anni 50, vanta oggi tra i suoi primati una fatturato per dipendente tra i più elevati del mondo (410mila euro per dipendente). Con quell'epiteto lo bollava Claudio Scajola, quello a cui hanno intestatto un appartamento vista Colosseo senza che se accorgesse, agli inizi del 2001, da responsabile organizzativo di Forza Italia e da lì a poco ministro.
Riva acquistò Ilva nel 1994 investendo diversi miliardi per interventi ambientali ed ecologici, per il rifacimento di impianti, per migliorare l'efficienza, per le innovazioni tecnologiche. Grazie a ciò l’ILVA negli ultimi quatttro anni ha prodotto utili per 2 miliardi e mezzo di euro. «L' età del ferro non è mai finita». Lo diceva –Riva - già quindici anni fa quando, sfidando lo scetticismo di tutti, rilevò il disastrato acciaio di Stato. E dopo gli ultimi risultati di bilancio è difficile contraddirlo. Mentre l' industria nazionale arrancava schiacciata dalla crisi congiunturale e dal rincaro delle materie prime il gruppo siderurgico lombardo macinava utili preziosi, Nel 2007 l' utile consolidato è arrivato a 877,9 milioni, cioè 181,9 milioni in più dell' anno precedente e il doppio di due anni prima. E gli utili li reinveste in azienda. Io non sono un capitalista, ma un imprenditore industriale, così si definisce. La quasi totalità degli utili, ha sempre detto, va spesa non nelle scalate ai salotti buoni ma nell' ammodernamento degli impianti. Così è stato anche lo scorso anno quando negli investimenti sono andati 916 milioni (cioè tutto l' utile) e così è andata dal 1995 (anno della privatizzazione dell' Ilva) ad oggi con una cifra complessiva spesa per investimenti pari a 6 miliardi.
Certo è un imprenditore che si è fatto da solo, un self made man. Secondo la logica del profitto? Sicuramente qualche cosa di delittuoso per chi considera il profitto “lo sterco del diavolo”! Ma che altro deve fare un imprenditore privato per assolvere il suo dovere se non “fare profitto” , cioè produrre ricchezza?
Forse anche per questo è stato insignito della Legion d' onore dal presidente della repubblica francese. Nel 2000 il Re del Belgio gli ha conferito l' onorificenza della Gran Croce al merito per l' impegno in campo economico e sociale e nel 2002 il Presidente della Repubblica Federale di Germania gli ha conferito la Gran Croce al merito per i successi in campo economico e sociale.
Nello svolgere la sua attività ha certamente commesso dei reati, per i quali ha anche subito condanne (dalle quali si è salvato, come purtroppo tanti, grazie alla prescrizione o al fatto che poteri pubblici, come il Comune di Taranto, hanno ritirato la costituzione di parte civile). Per altri è indagato come nelle vicende attuali per inquinamento e per corruzione. Per i reati commessi deve pagare, come tutti!
Vogliamo però ricordare che il peggiore inquinatore di Taranto è lo Stato italiano, come imprenditore dell’acciaio. Italsider e Finsider erano i due colossi pubblici dell’Iri che scomparvero nel nulla, e con loro le vere responsabilità di un cinquantennio d’inquinamento. E questo lo sa bene anche l’attuale governatore della Puglia Vendola, che, da politico di lungo corso qual è, allora militiva nel vecchio Pci e parteggiava per «la chiusura senza se e senza ma». L’Ilva era pubblica e i sindacati erano più preoccupati dal mantenimento dei posti di lavoro che dalle morti per tumore. Ma fino al 1995 l’Iri aveva spremuto le fonderie tarantine senza mai spenderci una lira in sicurezza e manufatti antinquinamento.
Basti dire poi, che al momento della vendita a Riva, l’Ilva presentava un indebitamento senza precedenti e forti perdite, che dal 1992 e all’inizio del 1993, avevano quasi interamente eroso il capitale (il deficit aveva raggiunto i 2.269 miliardi per la capogruppo e i 2.309 a livello consolidato). Lo Stato imprenditore, come capita spesso, produceva perdite e distruggeva ricchezza! E chi era chiamato a coprire quei veri e propri buchi di bilancio se non i contribuenti italiani attraverso le tasse.?
Che lo Stato sia tra i principali inquinatori di Taranto è dimostrato dal rinvio a giudizio di molti ex dirigenti della Ilva pubblica. Tra di essi il 78enne Mario Lupo, presidente dell’Ilva dal 1988 al 1991, difeso dall’avvocato Paola Severino, attualmente ministro della Giustizia nel Governo Monti, la quale in pieno conflitto di interessi è anche intervenuta con atti ministeriali in questa vicenda. Il fatto che abbia rinunciato alla difesa dell’ex Presidente non fa sicuramente venir meno il conflitto nè l’obbligo di astenersi da qualunque atto nella sua qualità di Ministro!
Se oggi esiste ancora un settore industriale in Italia lo dobbiamo a imprenditori che, pur con comportamenti certamente talvolta censurabili, hanno investito nell’attività di produzione producendo profitti e continuando a reinvestirli, anziché andare all’estero o rifugiarsi negli investimenti finanziari o nei servizi in concessione.
Tra questi imprenditori, che devono –lo ripeto – pagare per i reati che commettono e quest’altri non ho dubbi su chi scegliere. Ancora meno rimpiango lo Stato imprenditore, che è stato sempre il peggiore di tutti.

Commenti   

#1 carliar 2012-08-19 00:38
Caro On. Borghesi,
Retengo corretti tutti ed ognuno dei paragrafi del suo articolo.
Nondimeno non parlerei di sicurezze su chi “scegliere”.
Lo Stato imprenditore è risultato positivo una sola volta, nel 1953, con l’ENI,
quando alla sua guida si mise una mente eccezionale, Enrico Mattei,
che per questo fu assassinato, nel 1962, da un incognito altro Stato
che si ritenne da lui personalmente danneggiato.
Nel 1992 lo Stato ha trasformato l’ENI in società per azioni,
ed ha privatizzato successivamente fino al 2001 il capitale azionario,
conservandone però una quota superiore al 30 %,
con la quale detiene il controllo effettivo della società
e una serie di poteri speciali (Golden share).
Questo è ciò che bisogna fare con l’ILVA : sequestrarla al suo padrone,
e trasformarla in società per azioni con Golden share in mano dello Stato,
a causa del suo comportamento piú che censurabile,
visto che gli investimenti per l’ammodernamento degli impianti
non riducevano l’inquinamento ed erano fasulli (corruzione),
causando la morte dei lavoratori e degli abitanti nella zona.
È chiaro quindi che l’imprenditore Riva non è meglio né meno peggio di nessuno :
Non c’è nulla da scegliere, la morte è un assassinio e basta.
Carlo Mascarino, da La Plata.

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il login o registrati.