Il nostro sistema bancario è da tempo ormai in caduta libera, in capace di risollevarsi da sé, con i suoi mezzi, a causa di una gestione scriteriata (per altro in comune con molti altri sistemi finanziari mondiali) che, per effetto del ricorso “titoli tossici”, ha ancora perdite non emerse. Per questo motivo ha smesso di svolgere la sua funzione primaria (raccolta del risparmio dalle famiglie e impiego a fini produttivi presso le imprese) e ciò nonostante, per sopravvivere, è costretto a ricapitalizzarsi in modo massiccio per mantenere i parametri richiesti dalle norme di “Basilea”.

E’ evidente che, comunque vadano le cose, le nostre banche non potranno fallire, poiché trascinerebbero tutto il Paese al fallimento ed a pagarne il conto sarebbero poi le fasce più deboli della popolazione.
Come dimostra l’esempio Unicredit la difficoltà a trovare capitali di rischio è molto, molto grande. D’altronde, per resistere a shock particolarmente sfavorevoli, le banche italiane hanno bisogno di una ricapitalizzazione pari a 15,4 miliardi di euro, secondo l’indicazione dell'Autorità bancaria europea (Eba), l'organismo che dal primo gennaio di quest'anno ha il compito di sorvegliare il mercato bancario dell'Unione.
Ne consegue che nel malaugurato caso in cui una delle grandi banche italiane si dovesse trovare sull’orlo del fallimento il governo non potrebbe non intervenire per procedere alla sua nazionalizzazione. Per altro, con la manovra Monti, lo Stato ha dato la sua garanzia a tutti i nuovi debiti che saranno contratti dalle banche italiane e perciò, di fatto, le banche italiane sono già nazionalizzate, anche se non formalmente. Lo stesso problema si è posto per il gruppo bancario Dexia in Francia e Belgio.
A questo punto non possiamo dimenticare che la privatizzazione del sistema bancario italiano, dovuta alla cosiddetta “Legge Amato” del 1990 è sostanzialmente fallita, poiché non ha raggiunto l’obiettivo di creare un vero mercato competitivo del credito nel nostro Paese. Anzi grazie a nomine “politiche” (ricordiamo che in quegli anni ancora non era scoppiata Tangentopoli, eravamo in piena “prima repubblica”, con governi a base democristiana e socialista) ai vertici delle nuove “fondazioni bancarie” precisi interessi economici e finanziari si sono istallati nel nodo del controllo del sistema bancario. Si sono così create vere e proprie “monarchie” tant’è che molti presidenti nominati allora continuano a governare indisturbati dopo vent’anni. E le “fondazioni” non sono dovute a capitale privato, ma nascono sul territorio dalle Casse di Risparmio e dai Monti di credito su pegno.
Di fatto dunque una “finta privatizzazione”, divenuta formale in termini giuridici grazie ad alcune controverse sentenze della Corte Costituzionale, che di fatto hanno permesso a soggetti rappresentanti di potentati economici, appunto nominati attraverso “nomine politiche”, di impadronirsi del sistema bancario italiano. I “monarchi” si sono poi legati ai poteri politici locali (al Nord rappresentati prevalentemente dalla Lega) ed in collusione con essi hanno gestito (male) le loro controllate, affidandole a manager che hanno pensato soprattutto ad una politica di breve termine, fondata anche sul ricorso a titoli tossici, per accrescere la redditività a breve e con essa i lauti compensi (diretti e sotto forma di stock options) che avrebbero così percepito. Ricordare qui le vergognose attribuzioni di 50 milioni di stock options a Passera e ad Arpe, o i compensi di 20 milioni a Geronzi e di 40 milioni a Profumo è il minimo per capire ciò che è avvenuto.
Per questo e per concludere meglio sarebbe che il governo intervenisse ora con una “nazionalizzazione delle fondazioni bancarie”. Da farsi a costo zero per lo Stato, viste le premesse. Con essa lo Stato riprenderebbe ciò che era suo e cioè il controllo di tutte le banche italiane (perso con la legge Amato) e potrebbe riprendere quella funzione di indirizzo che serve per farle ritornare alla loro funzione primaria di soggetti che prestano denaro alle imprese, per far crescere l’economia. Più avanti, quando le condizioni lo permetteranno, si potrà procedere ad una “vera privatizzazione” cedendo quote, anche rilevanti, a soggetti che diano luogo ad un mercato del credito libero e competitivo.

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