Su richiesta di tutti, - sindacati (in particolare Fiom), partiti di tutto l’arco costituzionale, governo e vari ministri, in particolare quello dello Sviluppo Romani, lavoratori scesi in piazza, sindaci e presidenti di province e di regioni interessati– l’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, ha ritirato il piano industriale 2011-2014, che prevedeva 2.551 esuberi e la chiusura di due cantieri su otto, Sestri Ponente e Castellamare. Eppure quella era l’unica soluzione per salvare il salvabile:
: qualunque nuova soluzione sposterà solo in avanti l’agonia, con costi rilevanti a carico della collettività e dei contribuenti. Subito dopo il ritiro Bono ha dichiarato: «Il piano presentato nei giorni scorsi non era una novità per nessuno. Sono una persona che si assume le proprie responsabilità ma con gli attacchi subiti da tutte le parti, da destra e sinistra, anche la mia forza viene meno. Ritiro il piano e spero che così si possano esorcizzare le tensioni». Il Ministro Romani ha invece detto: Senza una soluzione di ristrutturazione condivisa nessun cantiere della Fincantieri sarà chiuso.
Fin qui la cronaca. Ma la verità è che, all’interno di una ipocrisia imperante, tutti sanno, tranne forse i lavoratori, che non ci sarà una soluzione diversa, poiché la partita è già persa. Da anni la cantieristica italiana è in crisi a seguito alll’entrata nella competizione mondiale di nuovi competitori, in particolare del Far East (Cina, Corea, ecc.). Questi Paesi, come in ogni altro settore, hanno costi di mano d’opera inavvicinabili da parte dei cantieri italiani. La crisi era talmente evidente che nel maggio 2007, dunque quattro anni fa, il Coordinamento Nazionale Fiom Cgil del Gruppo Fincantieri si fece promotore della eleborazione di un documento, “Il caso Fincantieri”, nel quale si delinea la seguente strategia:
  1. Cruise (Navi da crociera): è il punto di forza di Fincantieri, da potenziare, poiché di fatto c’è un solo cliente (Carnival)
  2. Militare : poca presenza e prevalentemente su commesse della Marina Militare Italiana
  3. Traghetti: è leader nel mercato internazionale
  4. Navi da trasporto speciale high tech: poco presente, ma da sviluppare
Era il maggio 2007, ancora non c’erano segni della crisi epocale che avrebbe investito il pianeta un anno dopo. Dopo tre anni di crisi la situazione è oggi molto molto più compromessa di allora. I Paesi del Far East ne sono usciti molto più forti di prima: per le grandi navi da trasporto e per i traghetti non c’è più storia. Da due anni Fincantieri non crea ricchezza, anzi la sta distruggendo (64 milioni di perdite nel 2009 e 124 nel 2010. La produttività (ore medie lavorate di un lavoratore italiano 1.300, negli Usa 1.800) è molto bassa, la domanda in tre anni calata del 55% ed in Europa in due anni c’è stata una flessione di 50 mila posti di lavoro nella cantieristica. Vengono al pettine tutti i nodi insoluti della cantieristica italiana: una organizzazione produttiva con troppi siti, con "tronconi" di navi trasportati per mare da un cantiere all’altro. L’assenza di politica industriale cantieristica del governo che non ha mai dato supporto all’export di navi militari e sistemi d’arma in paesi amici. La riduzione drastica degli ordinativi di navi da crociera causata dalla crisi economica, un segmento di mercato su cui Fincantieri aveva investito molto, un mercato anch’esso a "basso valore aggiunto", soprattutto in un periodo in cui tra i cantieri mondiali c’è una concorrenza spietata per accaparrarsi le poche commesse, una situazione di cui i clienti privati non possono che approfittare spuntando prezzi particolarmente vantaggiosi. Fincantieri ha 9000 dipendenti: troppi. In Germania, in Francia, in Svezia, dappertutto li hanno ridotti ed oggi vincono le gare.
Ora c’è chi dice che i problemi si risolveranno grazie alle commesse della Marina Militare Italiana. Ma vorrei osservare che:
-tutti chiedono la riduzione della spesa pubblica ed al suo interno delle spese militari. Che facciamo ora? Tutti pronti a cambiare?
-anche le commesse militari vanno in gara e chi garantisce che sarà proprio Fincantieri a vincerle?
E ancora: dopo aver detto per anni, anche con risoluzioni parlamentari bipartisan, che l’Italia non deve fabbricare e vendere armi da guerra, siamo tutti pronti ora a cambiare idea e sostenre la produzione e vendita di navi da guerra ad altri Paesi?
Io penso che sarebbe stato molto meglio accettare il piano Bono, salvaguardare i lavoratori in uscita e consentire a Fincantieri ridimensiata di riuscire a stare sul mercato anche con investimenti in ricerca ed innovazione. Così andremo incontro ad anni di assistenzialismo a carico dei contribuenti, ma con un risultato finale che è comunque già scritto.
Non apprendiamo mai le lezioni dal passato. Resto dell’idea che la difesa ad oltranza del posto di lavoro (al di là della loro sostenibilità economica) crei solo gravi danni al sistema nel suo complesso. E d’altronde non c’è un caso, uno solo nel quale tale difesa abbia prodotto una piena ripresa dell’attività. Solo per ricordarne uno: non uno dei 7500 posti di lavoro dell’Italsider di Bagnoli si è salvato, nonostante anni di difesa ad oltranza. Anche per Fincantieri assisteremo ad una lenta ma costante agonia.

Commenti   

#1 scout 2011-06-05 12:14
L'analisi mi sembra reale ma si discosta da Di Pietro che invece fa molta demagogia su tutti i temi. Credo che anche i lavoratori abbiano il diritto al lavoro e per questo come noi acquistiamo altri prodotti dai vari paesi UE anche questi paesi dovrebbero ordinare commesse navali e manutentorie navali dalla Fincantieri. A Venezia penso ad ACTV. Se ragioniamo su poli industriali europei è una cosa mentre l'UE è un insieme di Paesi ognuno va dove vuole (almeno Germania, Francia e Inghilterra), la moneta non è unica per tutti e le regole spesso non sono osservate da tutti. Credo comunque sia difficile esprimere una soluzione in poche righe e mi scuso.

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