Invito tutti a vedere sul sito della Rai la puntata de “La Storia siamo noi” dal titolo “Il cuore e l’acciaio”, dedicata alla vicenda dell’Italsider di Bagnoli. Da quella vicenda potremo infatti ricavare una lezione da non dimenticare e da applicare nella gestione di quella attuale che riguarda la Fiat di Termini Imerese e Pomigliano d’Arco e ad altre vertenze simili che infiammeranno l’Italia nei prossimi mesi.
Vi sono infatti una serie di condizioni e situazioni che, in linea di massima, si ripetono oggi come allora.
Innanzitutto la causa: una crisi economica anche se di origine diversa. Negli anni ’80 gli effetti del primo shock petrolifero, con un improvviso e fortissimo aumento del costo del petrolio e quindi dell’energia. L’Italia, tra i Paesi più industrializzati, ne fu particolarmente colpita in quanto priva di fonti energetiche primarie, quasi totalmente importate dall’estero. Oggi gli effetti della devastante crisi finanziaria di due anni fa che coglie quegli stessi Paesi inseriti in una economia globalizzata.
In secondo luogo la tipologia della crisi: strutturale e non contingente. Portatrice pertanto di cambiamenti irreversibili nei rapporti economici tra gli Stati e all’interno degli stati.
In terzo luogo la cura: oggi come allora la necessità di procedere ad una profonda ristrutturazione degli assetti produttivi, per la consapevolezza che determinate produzioni non erano più sostenibili , come non sono oggi, ed era dunque necessario trovare “nuove idee imprenditoriali” attraverso l’innovazione e la ricerca.
In quarto luogo la logica dello scontro tra lavoratori e imprenditori, o meglio tra sindacato (almeno in parte) e imprenditori.
La crisi dell'Italsider di Bagnoli (ex Ilva) fece il suo debutto ufficiale il «martedì nero» del 3 novembre del 1981, quando Gianni De Michelis, ministro delle Partecipazioni statali nel governo Craxi, andò a Bagnoli ad annunciare agli operai riuniti in assemblea che l'altoforno chiudeva, anche se nulla era ancora perduto, perché era in progetto un nuovo treno di laminazione. Da quel giorno partirono le barricate per la difesa del posto di lavoro contro la chiusura degli altiforni per la produzione di acciaio. Oggi, come allora, la Fiom era in prima linea. I cortei, i viaggi a Bruxelles dei “caschi gialli” (così erano chiamati i lavoratori dell’Italsider). Oggi come allora l’idea del sindacato è che i “posti di lavoro si difendono a prescindere”. A Bagnoli erano occupati 7.698 lavoratori. Alla fine della vicenda non uno di questi posti di lavoro è stato realmente salvato. Ma in nome dei diritti dei lavoratori e di una “finta pace sociale” la politica impose all’Italsider la costruzione di un “treno di laminazione”. Dalle tasche dei contribuenti italiani furono prelevati ben 800 miliardi di lire per farlo: funzionò a singhiozzo per qualche anno e poi fu ceduto all’India per 30 miliardi. C’è qualcuno che immagina qualche soluzione rabberciata per tirare avanti anche oggi? O si accetta che la lezione del passato serva. Eppure ci sono Paesi (nel Nord Europa) dove vige un modello di “capitalismo democratico”, dove i manager delle multinazionali guadagnano un terzo in meno di quelli italiani, dove le relazioni industriali sono improntate alla collaborazione e non alla contrapposizione. Se anche questa volta saranno logiche vetero-sindacali a prevalere, purtroppo l’esito finale è già scritto:come nel caso di Bagnoli non un posto di lavoro alla fine sarà salvato. Anzi per la verità per tanti che il lavoro lo hanno perso ce n’è uno che l’ha trovato: Mimmo Pinto leader dei "Disoccupati organizzati napoletani", che grazie a quelle lotte è finito in Parlamento e da quando ha 55 anni gode dell’ignobile pensione dei parlamentari per circa 5 mila euro al mese. Solo soluzioni “nuove e di rottura” potrebbero cambiare il corso delle cose. Saranno capaci gli attori di questa vicenda (Fiom e Federmeccanica) di prenderne atto?

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