Invito tutti a sentire direttamente sul sito Rai (non appena sarà possibile farlo) l’intervista di Minoli ad Andreotti nella puntata di “La storia siamo noi”, trasmessa ieri e dedicata alla vicenda Ambrosoli-Sindona-Banca Privata Italiana. Le risposte di Andreotti – tutte e non solo quella di cui hanno parlato i giorrnali – fanno accapponare la pelle, tanto sono intrise di scarsa considerazione per Ambrosoli e di evidente fiancheggiamento di Sindona.
Per questo ho oggi fatto il seguente comunicato stampa
SINDONA:IDV, PAROLE ANDREOTTI VERGOGNOSE NONOSTANTE SMENTITA
(ANSA) - ROMA, 10 SET - 'Le parole di Andreotti su Ambrosoli sono vergognose, ma non solo la frase che lui stesso ha smentito, pur avendola pronunciata'. Lo dice in una nota Antonio Borghesi, vice capogruppo dell'Italia dei Valori alla camera.
'Quello che e' scandaloso e' che il senatore a vita abbia preso la difesa di Sindona - aggiunge Borghesi - che oltretutto dimostra di avere incontrato piu' volte in quel periodo, quando era presidente del Consiglio. Questo indegno comportamento non possiamo che inquadrarlo alla luce dell'indagine che lo ha riguardato per collusione con la mafia, rispetto alla quale, se e' stato prosciolto per gli atti compiuti dopo il 1980, e' stato solo salvato dalla prescrizione per quelli precedenti, per i quali la Cassazione ha comunque riconosciuto la sua concreta collaborazione con esponenti di spicco di Cosa Nostra'.
(ANSA).
Quando a Giulio Andreotti viene chiesto perché Giorgio Ambrosoli sia stato ucciso, il senatore a vita 7 volte presidente del Consiglio, risponde, senza tradire emozione alcune, come nel suo stile: «Questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando».
Così la sua successiva smentita:
"Sono molto dispiaciuto - dice in una nota - che una mia espressione di gergo romanesco abbia causato un grave fraintendimento sulle mie valutazioni delle tragiche circostanze della morte del dottor Ambrosoli". "Intendevo fare riferimento - aggiunge Andreotti - ai gravi rischi ai quali il dottor Ambrosoli si era consapevolmente esposto con il difficile incarico assunto".
Ma è proprio così? I toni dell’intervista dicono invece proprio il contrario.
Dice Massimo Teodori, già Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Sindona: «Macché gaffe, la frase "se l’andava cercando" rientra nel personaggio Giulio Andreotti, nella sua sfrontatezza, che gli fece dire alla commissione parlamentare presieduta da Francesco De Martino che lui aveva conosciuto Michele Sindona come il banchiere considerato da tutti "il salvatore della lira"». Ed ancora egli nella relazione presentata al Parlamento il 4 ottobre 1984 disse: «Senza Andreotti e la sua protezione accordata a Sindona dal 1974 al 1979 non ci sarebbe stato il delitto Ambrosoli». «Non credo ai mandanti morali, ma è scritto a chiare lettere che dietro il delitto Ambrosoli c’è l’azione e l’attività di Andreotti. Se Sindona non avesse sentito la forza che gli derivava dall’appoggio di Andreotti e da tutta quella banda... che dal 1974 al 1979 si mobilita per il suo salvataggio... certamente l’omicidio Ambrosoli non sarebbe avvenuto». E ancora: «Guzzi (al tempo legale di Sindona) aveva tenuto per conto del suo assistito i rapporti con Andreotti, una decina tra incontri e telefonate dal maggio 1978 al maggio 1980, un periodo nel quale Andreotti era stato anche presidente del Consiglio. Chiesi e ottenni un confronto tra il politico democristiano e il legale del bancarottiere, dal quale venne fuori che Andreotti non era stato solo l’ammiratore del banchiere in auge, ma il sostenitore del bancarottiere dal 1974 in poi. Emersero anche le responsabilità del ministro Gaetano Stammati, di Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti, del costruttore Fortunato Federici, di Mario Barone, del Banco di Roma, e del capo della P2, Licio Gelli».E inoltre: «avevo già scoperto e scritto in una relazione che Andreotti era titolare del conto Spellmann dello Ior. ….. Quel conto e i rapporti con il Vaticano sono la chiave per capire il sostegno accordato da Andreotti a Sindona, il banchiere che nell’autunno 1969 aveva avuto da Paolo VI l’incarico di occuparsi delle finanze vaticane.
Sindona a quel tempo vantava amicizie molto influenti: in Vaticano (uno tra tutti il controverso monsignor Paul Marcinkus che guida lo Ior), nella massoneria deviata (Licio Gelli e la P2), nella criminalità organizzata Italiana e americana, nella politica, in particolare nella Democrazia cristiana e, all’interno di essa, Giulio Andreotti. Durante un ricevimento al Saint Regis di New York quest'ultimo arriverà a definirlo «salvatore della lira».
Ambrosoli scopre che dietro il crack Sindona ci sono strani traffici e operazioni illegali.
A questo punto iniziano contro di lui pressioni e minacce. Sindona mette in campo tutte le sue conoscenze perché si arrivi a un salvataggio della sua banca (con i soldi dei contribuenti). «All'avvocato Ambrosoli venne riferito che la persona più interessata a salvare la Banca privata era l'onorevole Andreotti: era lui che patrocinava i tentativi di salvataggio. Glielo dissero sia l'avvocato Guzzi, difensore di Sindona, sia l'ingegner Federici, amministratore anziano del Banco di Roma. E fra il '78 e il '79 anche il genero di Sindona, Piersandro Magnoni, gli disse che dietro i tentativi c'erano Andreotti e Fanfani».
In una delle chiamate registrate il killer William J. Aricò dice ad Ambrosoli che il presidente del Consiglio Andreotti lo ritiene colpevole del mancato salvataggio della banca. «Io la volevo salvare ma da questo momento non la salvo più perché lei è degno solo di morire ammazzato come un cornuto, perché lei è un cornuto e bastardo».
«Dopo la morte di Ambrosoli - ricorda Gherardo Colombo che fu giudice istruttore nell'inchiesta per l'omicidio dell'avvocato - per la precisione venti giorni dopo, nell'agosto del 1979, Michele Sindona organizzò dagli Stati Uniti un finto sequestro organizzato da un gruppo di terroristi. In realtà, accompagnato da mafiosi e massoni, si nascose clandestinamente in Sicilia dove rimase per due mesi incontrando i personaggi più di spicco della mafia italiana e italoamericana».
«Quando l`avvocato Guzzi, legale di Sindona, disse ad Andreotti che Ambrosoli ed Enrico Cuccia erano stati minacciati di morte, annotò sul suo diario: "da Andreotti nessuna reazione". Non solo - aggiunge - anche Andreotti teneva un diario: il giorno in cui si sparse la notizia dell'omicidio di Ambrosoli, scrisse una sola frase: "Oggi ho incontrato il presidente della Tanzania, Nyerere".
Ecco perché nel comunicato stampa dico che le parole di Andreotti nell’intervista a Minoli devono essere poste in relazione al suo rinvio a giudizio per “concorso esterno in associazioni mafiose”.
A questo punto penso che la risposta alla domanda del titolo sia pressoché ovvia!

Commenti   

#2 Enzo LUZI 2010-09-11 13:22
Nel "gordiano" intreccio di relazioni tra potere effettivo (diciamo mafia, ma e' probabilmente limitativo) e potere ufficiale (Istituzioni repubblicane), c' e' persino lo spazio per ipotizzare che Andreotti potesse essere di fatto "accondiscendente" all' omicidio.

Certamente non risulta che sia rimasto sbigottito all' annuncio dell' omicidio, come non risulta che G. W. Bush sia rimasto sbigottito all' annuncio della strage delle "Torri Gemelle" ...
#1 marcosisi 2010-09-11 11:03
Ha passato guai maggiori per molto meno.

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