Il nostro governo dice che l’Unione Europea ci obbliga a parificare l’età pensionabile delle donne a quella degli uomini, portandola da 60 a 65 anni. E’ vero che la Corte di Giustizia europea nel 2008 ha condannato l'Italia per la mancata equiparazione dell'età pensionabile tra uomini e donne nel pubblico impiego.
In modo assai sospetto, nella trattativa con la UE, il Ministro Sacconi si è arreso immediatamente ed ha detto: «Sull'innalzamento dell'età pensionabile delle donne nel pubblico impiego »non c'è alcuno spazio di trattativa con la Commissione Europea». Resto convinto che in realtà il governo voglia quel provvedimento solo per fare cassa. Chissà come mai il nostro governo non ha tenuto lo stesso atteggiamento quando la Corte ha condannato l’Italia a restituire le frequenze di Rete 4 ad Europa 7, che le aveva legittimemente acquistate! Come sempre Berlusconi usa due pesi e due misure a seconda dei suoi interessi.
E’ di tutta evidenza che  le donne svolgono molto lavoro non pagato, a fronte di una vita lavorativa remunerata più corta, che ha come conseguenza una ricchezza pensionistica più ridotta. E’ indispensabile prendere atto che quelle di loro che si fanno carico di responsabilità familiari, di cura e della maternità hanno in effetti una vita lavorativa complessivamente più lunga e pesante di quella degli uomini, con periodi di concentrazione spesso insostenibili e per cui pagano prezzi economici e professionali elevati. Lo stesso vale per le attività di cura dei familiari anziani che spesso ricadono anch’essi sulle loro spalle.
Il principio – giusto – della parità tra uomo e donna non può essere esclusivamente basato sul dato anagrafico. Richiede di essere declinato alla luce del contesto in cui i soggetti si trovano a vivere ed operare. Sotto questo profilo l’Italia è, in Europa, tra i paesi con i risultati peggiori in termini di differenziali di genere, in particolare con riferimento a lavoro e politica; l’occupazione femminile è molto lontana dagli obiettivi di Lisbona. E’ anche un Paese nel quale devono ancora essere ridotte ed eliminate le condizioni che producono il gap reddituale e contributivo tra donne e uomini, eliminando le discriminazioni di genere che ancora esistono nel mercato del lavoro ad ogni livello – dall’accesso, alle forme contrattuali, alle possibilità di carriera; rafforzando le politiche di conciliazione, per donne e uomini – dai servizi di cura per la prima infanzia e per le persone non autosufficienti.
E' del tutto evidente che in Paesi come la Germania o i Paesi Scandinavi, dove esiste una ben diversa coperutra di servizi sociali, in particolare per la prima infanzia e per gli anziani, si può ipotizzare anche la parità nell’età pensionabile (ma ricordiamoci che la Francia la ha fissata a 60 anni e non a 65).
Se davvero vi fosse la volontà politica di tenere conto di quanto da noi segnalato suggeriamo due strade:
1. Si consideri il lavoro femminile un lavoro usurante, come in effetti è, e tale fatto ai sensi delle nostre leggi consentirebbe da subito un anticipo dell’età pensionabile di 3 anni oppure
2. Si introduca contestualmente un sistema di crediti ai fini pensionistici per la cura dei figli o dei genitori anziani, attraverso il conferimento ai genitori (da dividersi tra loro, a loro discrezione, se c’è accordo; in caso contrario in modo da riequilibrare le rispettive pensioni) di contributi figurativi, pari a tre anni per il primo figlio e due per ogni successivo.
Se queste proposte, che Italia dei Valori farà, non dovessero essere accolte (la loro copertura finanziaria si potrebbe trovare proprio nei risparmi generati dall’innalzamento dell’età pensionabile delle donne) diventerà palese che il governo vuole solo “fare cassa” sui sacrifici delle donne.

Commenti   

#6 Antonio Borghesi 2010-06-14 23:40
La reversibilità parziale è prevista, dietro pagamento di un contributo aggiuntivo, per il coniuge o la/il convivente.
#5 Mario 2010-06-13 22:04
On. Borghesi una curiosità, che credo in molti si toglierebbero, è conoscere fino a quale grado di parentela viene riconosciuta la reversibilità di un Deputato, Ministro, Senatore della nostra Italia, sarebbe così gentile da esaudirla questa curiosità
grazie.
#4 venturi 2010-06-13 18:58
come responsabile nazionale di CIL-pensionati esprimo, a nome di tutti i ns. iscritti, ampia gratitudine al Partito dell'IdV che ultimamente dedica attenzione e sensibilità al tema previdenziale. Non posso fare a meno di ricordare a Lei, Onorevole Borghesi,il lamento delle vedove e degli orfani per i tagli subiti sulle pensioni di reversibilità. Sono certa che non mancherà di onorare l'impegno che si è assunto di persona riguado a questo problema.
Oriana
#3 Antonio Borghesi 2010-06-09 01:30
Queto è proprio il motivo per il quale, nella contromanovra di Idv (vedi blog precedente) è prevista l'abolizione della "pensione" ai parlamentari.
Devo aggiungere che nella scordsa legislatura, proprio su inziativa di Idv, le regole sono cambiate oggi è necessario fare una legislatura piena (di 5 anni) per riceve l'assegno vitalizio. E se la legislatura si interrompe non si riceve nulla.

Antonio Borghesi
#2 Mario 2010-06-08 16:23
On Borghesi l'interrogativo che mi pongo è:
Perchè l'Un. Europea non obbliga ad uniformare anche il sistema pensionistico dei nostri Parlamentari i quali i quali dopo solo due anni e mezzo di mandato acquisiscono il diritto alla pensione? Distinti saluti.
#1 Fagone 2010-06-08 13:30
Egr. Onorevole,
La ringrazio per la costante informazione. In questo particolare argomento, come in tutti gli altri del Paese(lg salute, spese dello Stato, aziende partecipate etc) basterebbe far parlare la gente e di proposte serie se ne potrebbero trovare milioni.
Mi permetto di suggerirne una: considerato che le proposte delle cosidette opposizioni mal vengono, o addirittura nenache vengono, prese in esame dai signori, i parlamentari appartenenti alle opposizioni appunto dovrebbero dimettersi in blocco dal Parlamento, lasciando la sovranità solamente a quella percentuale di popolo che approva la maggioranza.
Ossequi.

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