piazzadelleerbe(Approvato dal Senato)

(A.C. 1475); ( 2-8-2006 Questioni di fiducia - pag. 15; Dichiarazione di voto finale - pag. 224 )
Questioni di fiducia:

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto il deputato Borghesi. Ne ha facoltà.

ANTONIO BORGHESI. Onorevoli colleghe e colleghi, annuncio innanzitutto il voto favorevole del gruppo dell'Italia dei Valori sulla questione di fiducia e, ovviamente, sul provvedimento, auspicando altresì che il Governo accetti due ordini del giorno da noi presentati, uno che riguarda la cooperazione e l'altro la ricerca scientifica.

Ho partecipato all'iter del disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 223 sia in Commissione sia in Assemblea, dove nelle giornate di lunedì, sino a mezzanotte, e di martedì, sino alla richiesta di chiusura della discussione generale, il dibattito è stato ampio ed articolato. Non posso dire, tuttavia, che, salvo rare eccezioni, negli interventi dell'opposizione esso abbia raggiunto livelli elevati di analisi della norma di legge e di propositività volte al suo miglioramento. Basta leggere i resoconti del dibattito per convincersene. Ho ascoltato in larga parte ripetute critiche basate su argomentazioni trite e ritrite su vetusti pregiudizi, che sul piano logico non reggerebbero che qualche minuto alla semplice lettura da parte di qualcuno dei giovani studenti della facoltà di economia nella quale insegnavo fino al 10 aprile scorso.

Si tratta principalmente di veteroargomentazioni, che riflettono forme di un conservatorismo che rifiuta il nuovo, che rifiuta l'idea di un mondo che cammina, che nega l'evidenza di un processo di globalizzazione in atto e che si colloca sullo stesso piano di quelle forze, non importa se economiche, politiche, sindacali o sociali, che vogliono una società ingessata, priva di mobilità sociale e priva dello sviluppo di quel principio di pari opportunità che sta alla base del pensiero liberale e dei veri liberali, che sono i rivoluzionari di oggi. Le critiche che ho sentito sono invece la difesa del particulare, dei piccoli interessi di bottega, delle rendite di posizione, delle corporazioni che prosperano sulla capacità di sottrarsi al mercato e su quella di mantenere nel tempo l'intangibilità dei loro privilegi.

Il programma di governo dell'Unione dedica ampio spazio a questo fenomeno e all'idea che solo dalla capacità di incisione profonda su queste sacche, ancora troppo diffuse nel nostro paese, di scarsa efficienza e produttività complessiva può derivare la salvezza dell'Italia ed il suo reinserimento stabile tra i paesi maggiormente industrializzati del pianeta. È da almeno un decennio che l'Italia arretra e questo arretramento è diventato ben più marcato negli ultimi cinque anni, come documenta la costante discesa dell'Italia nella classifica della competitività mondiale. Poiché la ricchezza annuale che l'Italia produce proviene per oltre il 60 per cento dai servizi, appare indiscutibile che è l'efficienza di questo settore, sia per la parte privata che, a maggior ragione, per quella pubblica, a determinare quella complessiva del sistema. È così evidente che solo il ricorso al decreto, dopo anni di inutili e frustranti tentativi di intervenire con mezzi più ordinari e concertati, poteva permettere di sbloccare la situazione. Naturalmente, comprendiamo bene che questo non può che essere l'inizio di un percorso che deve trovare ulteriore forza nella prossima legge finanziaria e nelle altre legge ordinarie (penso alla riforma degli ordini), con l'eliminazione di lacci e laccioli che ancora limitano il diritto costituzionale alla libera intrapresa.

L'Italia dei Valori sarà al fianco del Governo in un'opera di apertura al mercato e di riduzione di ogni protezionismo nel settore del commercio, in quello bancario, finanziario e assicurativo. Non è possibile sentire ancora la difesa ad oltranza di posizioni commerciali e nei servizi di stampo meramente corporativo, che non hanno più motivo di essere. Quando, grazie agli ultimi Governi di centrosinistra, venne portata a compimento la riforma per la modernizzazione del commercio, mi piace ricordare che i prezzi medi al dettaglio in Italia erano del 3 per cento più elevati della media dei paesi europei. Chi difende il protezionismo, così come posizioni oligopolistiche o monopolistiche più o meno mascherate, difende una tassa sulla famiglia. Pagare più del dovuto il prezzo dei beni, soprattutto di prima necessità, significa pagare una tassa tanto più odiosa perché sottratta al principio costituzionale di progressività. Il non agire di fronte ad una tassa come questa equivale a tassare le famiglie più deboli.

Quindi, andiamo avanti su questa strada, sia nel settore privato sia in quello pubblico, senza ripensamenti o tentennamenti.

Inizialmente, avevo qualche riserva, ma riflettendo bene, ritengo sia giusto impedire che nel settore dei servizi pubblici in concessione - di qualunque servizio pubblico -, anziché avere più mercato, si abbia più monopolio. Suggerisco anzi al Governo di vietare che gli enti pubblici possano esternalizzare quei servizi verso proprie società; è molto meglio che quei servizi siano collocati al settore privato, attraverso gare di appalto, sulle quali va ovviamente esercitata la più alta vigilanza per impedire che si sviluppino fenomeni di tipo malavitoso. Ciò dovrebbe valere per tutti i servizi in concessione, ma anche per quelli autostradali, dove oggi molte attività sono sottratte, attraverso questo sistema, alla gara pubblica.

Il decreto prevede una manovra strutturale di aggiustamento dei conti pari allo 0,5 per cento del PIL e, dopo gli interventi una tantum ai quali abbiamo assistito in passato ed ai vari condoni, ritengo che ciò costituisca un significativo cambio di prospettiva.

Quanto alla seconda parte del decreto, relativa alle misure fiscali, molte delle norme in essa contenute vengono tacciate dall'opposizione come vessatorie, come strumenti di controllo penetrante di un fisco visto come il «Grande Fratello», che in alcuni casi diventa persino «poliziotto». In gran parte, sono, in realtà, forme di tracciabilità delle attività economiche che costituiscono la base per qualunque seria attività di lotta all'evasione.

Signor Presidente, quando oggi andiamo al ristorante e mangiamo una bistecca di vitello, la tracciabilità ci permette di risalire al luogo dove è stato allevato, al cibo che ha consumato, a tutta la sua vita, a dove ha vissuto, ai suoi genitori, alla sua genealogia; e ciò vale per tutti i prodotti alimentari, e non solo per quelli. E la tracciabilità - non dimentichiamolo - è sinonimo di trasparenza!

Non è possibile che siamo in grado di conoscere tutto di una fettina di vitello, ma non siamo in grado di tracciare le Ferrari, le Maserati, i gioielli, i prodotti di lusso, al solo ed esclusivo scopo di ricostruire il reddito di chi può permettersi tali beni e confrontare tali spese come le disponibilità risultanti dalle dichiarazioni dei redditi!

In tutti i paesi civili e democratici - Stati Uniti in testa -, le nuove tecnologie vengono utilizzate per l'equità fiscale. I cittadini normali, quelli che lavorano, pagano le tasse e non hanno il timore di violazioni della privacy, né hanno timore delle intercettazioni telefoniche, perché non hanno nulla da nascondere, sanno bene che vi è una sola prospettiva per pagare meno a parità di servizi, vale dire quella che paghino tutti (Applausi dei deputati dei gruppi dell'Italia dei Valori e de L'Ulivo - Congratulazioni)!
Dichiarazione di voto finale

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto il deputato Borghesi. Ne ha facoltà.

ANTONIO BORGHESI. Signor Presidente, colleghe e colleghi, intervengo, innanzitutto, per ribadire il voto favorevole del gruppo dell'Italia dei Valori sul provvedimento in esame, a tal fine richiamando anche la dichiarazione di voto effettuata ieri.

Il provvedimento segue due direttrici: la rimozione di una serie di «ingessature» dovrebbe permettere una maggiore competizione in alcuni campi, soprattutto in quello dei servizi, privati e pubblici, mentre altri interventi dovrebbero avviare la lotta all'evasione fiscale. Noi pensiamo che entrambi gli obiettivi debbano essere perseguiti con forza.

Debbo dire che l'intervento svolto ieri dall'onorevole Berlusconi mi è parso leggermente stantio. Egli ha reso dichiarazioni che ci riportano un po' indietro nel tempo. Voglio citare un passo della sua dichiarazione di voto sulla questione di fiducia: «Noi consideriamo il mercato, la concorrenza, la libertà economica elementi fondamentali per la crescita di una nazione. Il nostro modello è quello di uno Stato che grava il meno possibile sulla gente, che chiede meno tasse, che pone meno vincoli».

Tuttavia, ho la sensazione che la traduzione concreta degli enunciati principi, nei cinque anni in cui Berlusconi è stato Capo del Governo, non sia andata proprio nella direzione indicata. Può darsi che egli abbia tolto un po' di tasse alle persone più abbienti, alle classi più agiate. Se, però, in corrispondenza di questa riduzione ai titolari di redditi alti, non si rimuovono le cause che costringono la gente a pagare di più i servizi, non è forse, questo, un modo per imporre una tassa ancora più ingiusta? Mentre la tassazione sul reddito risponde ad un criterio di progressività che è sancito dalla nostra Costituzione, è evidente che, facendo pagare di più i servizi, vengono colpite soprattutto le classi più deboli, le classi meno abbienti (ad esempio, le persone che devono acquistare beni di prima necessità).

Credo di avere sempre informato la mia azione politica ad uno spirito realmente liberale, liberaldemocratico. Ebbene, ho sempre pensato che riusciamo a tutelare il consumatore, il cittadino, proprio sul piano della competizione. È evidente, infatti, che la competizione è il meccanismo che spinge i prezzi verso il basso, che tende a ridurre realmente costi e prezzi e, di conseguenza, anche i prezzi dei servizi.

Se, invece, faccio finta di abbassare la tassazione progressiva e colpisco i consumi, soprattutto i consumi di beni che, oggi, una qualunque famiglia italiana deve necessariamente acquistare, è chiaro che a rimetterci sono proprio le famiglie. Ancora, se mi reco in un piccolo negozio, il prezzo è nettamente superiore a quello che posso trovare in strutture commerciali più moderne. Se, invece, a dominare il commercio sono i piccoli esercizi, tutti paghiamo di più i beni di cui abbiamo necessità.

Ricordo che, prima della modernizzazione, della liberalizzazione del commercio, la media generale dei prezzi al consumo nel nostro paese superava del 3 per cento quella dei paesi europei più evoluti. Ciò significa che tutte le nostre famiglie pagavano, mediamente, il 3 per cento in più. Credo che, quando una famiglia è costretta a vivere con mille euro al mese - ce ne sono tante nel nostro paese -, il 3 per cento in più non sia piccola cosa, ma una grande somma.

Io dico che questo principio vale per tutte le spese e tutti i costi sostenuti dalle famiglie e oggi non possiamo pensare che tra i costi di una famiglia non ci sia una polizza di assicurazione di responsabilità civile automobilistica, che è obbligatoria. Non possiamo immaginare che nelle nostre famiglie non vi siano servizi di natura finanziaria come quelli offerti dal sistema bancario.

Pertanto, è evidente che, quanto più piccolo è il reddito disponibile per la singola famiglia, tanto più questi costi corrispondono a delle tasse. Quindi, riguardo al percorso avviato, noi non abbiamo mai detto che questa azione si deve fermare; deve, anzi, continuare in modo rilevante e anche più profondo e incisivo, andando a colpire tutte le sacche di inefficienza che si registrano nel settore dei servizi, anche in quelli pubblici. Ricordavamo ieri anche la norma che impone sostanzialmente al settore pubblico di non figliare società per erogare servizi, per non andare a creare delle deviazioni in quello che dovrebbe essere un mercato concorrenziale. Infatti, è evidente che, se esternalizziamo al settore privato determinati sevizi, anziché mantenerli all'interno di società di proprietà degli enti pubblici, possiamo innescare dei meccanismi di concorrenza che potrebbero portare a ridurre il prezzo di quei servizi. Quindi, credo che questa sia una strada obbligata da percorrere.

Quanto all'aspetto fiscale, ieri avevo scherzato - ma neanche troppo - nel proporre un paragone tra due sistemi di tracciabilità apparentemente diversi. Da un lato, la tracciabilità alimentare, che ci permette oggi di sapere tutto di ciò che mangiamo: facevo l'esempio del ristorante ma anche quello dei consumi famigliari. Quando noi acquistiamo frutta o verdura, volendo, possiamo sapere dove sono state prodotte, che concimi sono stati usati, che metodologia di semina è stata utilizzata, possiamo conoscere tutto di ciò che consumiamo e, per motivi legati anche alla responsabilità civile del produttore, possiamo ricostruire tutto il percorso della produzione. Pertanto, signor Presidente, abbiamo un sistema di tracciabilità perfetto che è stato fortemente aiutato dalla tecnologia informatica che oggi possediamo. Allora, non si capisce perché analoga tracciabilità non dobbiamo utilizzare nei confronti dei prodotti di lusso, di macchine o di imbarcazioni di lusso, al solo ed esclusivo scopo di ricostruire il reddito di chi quei beni possiede o ha acquistato. Nessun paese realmente civile e democratico, a partire dagli Stati Uniti d'America, rinuncia a tracciare i beni, proprio allo scopo di confrontare il reddito, eventualmente, ponendo il contribuente di fronte ad una realtà, in modo che questo comportamento lo convinca: addirittura, sappiamo che negli Stati Uniti quando si fanno dichiarazioni fiscali false si va in galera e ci si resta, come le cronache ci informano.

Per concludere, signor Presidente, credo che questo tipo di tracciabiltà non abbia nulla a che fare con la violazione della privacy perché tutti i cittadini normali, quelli che le tasse le pagano e che non hanno nulla da nascondere, non avranno assolutamente paura della predisposizione di queste schede. D'altronde, ieri le cronache ci hanno riportato la notizia di un database delle banche. Vorrei solo ricordare all'onorevole Berlusconi e ai colleghi dell'opposizione che si tratta dell'attuazione di una legge finanziaria di un ministro del Governo Berlusconi, ossia del ministro Siniscalco, il quale, ovviamente, aveva capito che solo quella era ed è la strada per poter arrivare a combattere l'evasione fiscale.

Per tutte queste ragioni, confermo il voto favorevole del gruppo dell'Italia dei Valori sul provvedimento in esame


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