univrÈ iscritto a parlare l'onorevole Borghesi, al quale ricordo che ha a disposizione cinque minuti. Ne ha facoltà.

ANTONIO BORGHESI. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghe e colleghi, l'insulto del collega Barani al presidente dell'Italia dei Valori non merita risposta, se non per ricordare che Antonio Di Pietro si è sottoposto a tutti i processi ai quali è stato chiamato, uscendone sempre assolto con formula piena, a differenza di altri personaggi politici, del passato e del presente, che ai processi hanno cercato di sfuggire, ammettendo così, implicitamente, le loro colpe.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE FAUSTO BERTINOTTI (ore 18,50)

ANTONIO BORGHESI. Non mi voglio soffermare sulle cause, delle quali si è già molto dibattuto, che hanno condotto il nostro paese verso il fondo della graduatoria della competitività. I ricercatori - e sia lei, signor Presidente del Consiglio, sia chi le parla ha dedicato gran parte della sua vita professionale alle attività di ricerca scientifica - lo avevano previsto, restando vox clamantis in deserto.

Mi piace qui ricordare, signor Presente del Consiglio dei ministri, un aneddoto che la riguarda e che risale a circa trent'anni or sono. Il mio maestro, prematuramente scomparso e che di lei fu amico, Giovanni Panati - al quale va oggi il mio deferente pensiero -, decise di portare due giovani assistenti ad un convegno a Tirrenia, promosso dalla rivista L'Industria, da lei a quel tempo diretta. Il suo intervento, quell'anno, ebbe per tema «la deindustrializzazione del sistema economico italiano» e mi colpì molto, poiché aprì un velo su scenari futuri, dei quali a quel tempo nessuno ancora parlava.

 

Sono passati trent'anni: oggi la deindustrializzazione è vissuta in modo drammatico, ed uno dei punti dolenti del nostro sistema economico è quello di basarsi ancora largamente su settori maturi piuttosto che su comparti ad alta innovazione e tecnologia. Vorrei rilevare che nei primi, sotto la spinta della competizione internazionale resa obbligata dalla globalizzazione, sono in corso rilevanti processi di razionalizzazione per certi versi anche dolorosi, a causa della perdita di posti di lavoro passati e, forse, futuri. Per questo motivo, mi permetto di richiamare l'attenzione sul fatto che una riduzione generalizzata del cuneo fiscale potrebbe condurre, in modo «drogato», ad una sospensione di siffatti processi, poiché si ridarebbe fiato ad aziende che non possono più stare sul mercato. Dobbiamo, invece, assecondare tali processi, favorendo in modo adeguato lo style made in Italy o il design made in Italy piuttosto che il made in Italy. Suggerisco, pertanto, che la riduzione del cuneo contributivo sia di tipo selettivo, valutando settore per settore, piuttosto che di tipo generalizzato, e che abbia maggior peso nei servizi all'industria.

Una seconda riflessione nasce dalla certezza che le imprese possano sopravvivere e svilupparsi nella competizione solo attraverso il binomio ricerca-innovazione, il quale, a sua volta, è in generale direttamente proporzionale alla dimensione aziendale. La fragilità del nostro sistema economico-industriale rispetto ai nostri concorrenti, infatti, risiede proprio nella minuscola dimensione media delle nostre imprese.

Vi è inoltre un problema settentrionale, signor Presidente del Consiglio dei ministri, che va affrontato, in particolar modo rivolgendosi alle imprese che, soprattutto nel nord-est d'Italia, hanno dimensioni ridottissime. I tentativi finora compiuti per superare questo nodo strutturale hanno dimostrato di non dare i frutti sperati: anche in questo caso, allora, bisogna cambiare metodo.

Il programma dell'Unione prevede azioni in tale direzione, ma esse, signor Presidente del Consiglio, devono essere coraggiose, fino alla rinuncia, ad esempio, non tanto al prelievo attuale quanto a quello futuro, sterilizzando per sempre le riserve da fusione ed accompagnandole con altre sostanziali riduzioni dei carichi fiscali nei primi dieci anni dalla fusione.

Per la ricerca, dobbiamo realizzare ciò che, fino ad oggi, non è ancora riuscito a nessuno nel nostro paese: mettere realmente le università al servizio dello sviluppo, attraverso crediti di imposta - che noi proponiamo pari a 1,5 volte l'investimento - a favore delle imprese che coinvolgeranno le università nelle loro attività di ricerca e innovazione.

Vi è infine, a mio avviso, un terzo elemento per il rilancio della nostra economia: i servizi. La direttiva Bolkestein forse dovrà essere emendata in qualche punto, ma nella sua sostanza dovrà essere confermata. In Italia, infatti, troppi servizi godono di protezioni corporative. Vi sono sacche di inefficienza nei settori pubblico e privato che mettono a repentaglio la possibilità di favorire l'ulteriore espansione e sviluppo di un sistema produttivo che, nell'immaginario collettivo dei nostri competitor, era sintetizzato dall'immagine del volo del calabrone.

A titolo d'esempio e in conclusione, le società autostradali producono enormi liquidità e prosperano con tariffe sottratte per definizione al principio di concorrenza, che consentono mediamente di far emergere 20-30 euro di utile netto ogni 100 euro incassati. Ed il fatto che, per moltissimi anni, dette società fossero praticamente pubbliche ha permesso di coprire gli occhi di fronte a ciò in cambio di investimenti in sostituzione di regioni, province e comuni. Ma la tariffa è sempre stata considerata uno strumento di politica economica, dovendo equilibrare il rapporto con le altre modalità di trasporto per tenere anche conto delle diseconomie ambientali. Ma chi deve occuparsi di ripristinare tale danno? Non è forse una delle competenze dello Stato? Se è così, visto che oggi le società autostradali sono uscite dall'orbita pubblica, mi sento di proporre la scomposizione della tariffa in due parti: quella che ripaga i costi e il giusto margine del concessionario e quella che servirà per ripagare le diseconomie esterne create dalla circolazione, una sorta di accisa.

Detto questo, mi permetto di affidarle, signor Presidente del Consiglio, queste brevi riflessioni con la speranza che ella possa rapidamente dar corso al suo, anzi al nostro programma di Governo che, ne sono certo, permetterà all'Italia di riprendere le posizioni che merita nel contesto politico ed economico internazionale (Applausi dei deputati del gruppo dell'Italia dei Valori).

Commenti   

#1 felicedo 2007-10-26 20:50
Ritengo che la proposta di scomporre la tariffa autostradale in due parti è particolarmente interessante.Penso che è estremamente interessante ragionare e studiare come destinare la perte che si \"sottrae\"alla gestione delle società autostradali. Penso, ad esempio, che una parte potrebbe essere assegnata ai comuni, che sacrificano il loro territorio e salubrità a causa del traffico di attraversamento per raggiungere il nodo autostradale. Le risorse andrebbero a finanziare opere pubbliche , manutenzione e messa in sicurezza di strade.Ripagando , le comunità del sacrificio che sopportano.

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