Il disegno di legge di riforma delle Università, recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri, presenta elementi di novità condivisibili.
In particolare l’introduzione di criteri meritocratici per l’assegnazione dei fondi , per il sostegno agli studenti ed anche per l’aumento delle indennità ai docenti è un principio che dovrebbe essere esteso a qualunque attività della società, compresa la politica. A patto naturalmente che i criteri siano “oggettivi”, indicati prima e la parte discrezionale del punteggio sia marginale. Altrettanto positivi appaiono l’adozione di un codice etico per evitare incompatibilità e conflitti di interessi legati a parentele, in particolare con riferimento alle fasi del reclutamento dei docenti. Altri punti sui quale si può concordare sono quelli della limitazione dei mandati per i rettori, la possibilità per gli atenei di fondersi tra loro per evitare duplicazioni e un consiglio di amministrazione allargato a membri esterni. Anche qui a patto che questi ultimi abbiano comprovata esperienza nel campo della gestione delle università e non siano uno strumento per creare nuovi posti per politici trombati. Anzi dovrebbero essere vietati a chi ha ricoperto cariche politiche. Buona la proposta di ridurre i settori scientifico-disciplinari per limitare la possibilità di pastette concorsuali. Da migliorare la questione dei ricercatori a tempo determinato eliminando in ogni caso l’assurdo divieto di partecipare ai concorsi per chi non ottenesse entro il sesto anno l’idoneità a  parteciparvi. Da rivedere il meccanismo della formazione delle commissioni locali con cui dopo essere dichiarati idonei si può essere assunti da una università. Da potenziare in misura massima il principio del sostegno agli studenti meritevoli con meccanismi fortemente premianti per gli studenti che fanno tutti gli esami previsti dai piani di studio con determinate medie di voto. Da studiare anche la possibilità di introduzione di una “serio” test di selezione per accedere a qualunque facoltà universitaria. Ciò detto tuttavia siamo a metà della strada. Il vero problema è che questo governo, Tremonti e la Gelmini hanno tagliato risorse gigantesche alle università!  Dal prossimo anno le università si troveranno con i fondi dimezzati. Senza fondi non si fa né didattica di qualità né ricerca di qualità. La riforma resterà priva di effetti se non vengono indicate subito le risorse a disposizione che sono almeno pari a quelle che il governo ha sin qui tagliato.

Commenti   

#2 mik 2009-11-03 22:51
sono perplesso sul precariato dei ricercatori...
#1 Emanuele Felice 2009-11-02 21:35
Condivido molto questo giudizio. Aggiungo che, se combiniamo il drammatico taglio dei fondi con un altro aspetto della riforma, l'aumento delle ore di lezione frontale a 350, capiamo che le università non metteranno a concorso nuovi posti per un bel po' di anni a venire.
Anche le nuove norme sui concorsi, che sono senza dubbio positive, rimangono quindi solo sulla carta.
Oggi infatti i docenti fanno in media la metà o un terzo delle ore di lezione previste dalla riforma, e siccome le ore di lezione non possono raddoppiare di punto in bianco (quante ne vogliamo far fare agli studenti?) è evidente che avremo per un bel po' problemi di sovraorganico e che quindi le università rimedieranno ai pensionamenti redistribuendo il carico di ore sui prof esistenti (tantopiù in presenza di corposi tagli in bilanci).
A proposito, perchè non parlare di mandare in prepensionamento o di ridurre gli stipendi ai prof improduttivi? Non solo tagliare i fondi agli atenei produttivi (una misura che colpisce indiscriminatamente tutti i singoli prof, anche chi è stato bravo), ma proprio ridurre gli stipendi o bloccare gli scatti ai singoli prof, approfittando magari della nuova Agenzia Nazionale di Valutazione per giudicarne l'operato...

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